Dal gas libico al GNL texano: il lungo suicidio strategico dell’Italia

L’Italia ha progressivamente demolito i propri vantaggi energetici, prima contribuendo alla destabilizzazione della Libia, poi recidendo il canale russo e infine subendo il trauma di Hormuz. Il risultato è un Paese energeticamente più dipendente e politicamente più subordinato.

L’Italia ha un problema energetico che non nasce certo oggi, ma che in queste settimane sta esplodendo con una chiarezza quasi brutale. Mentre i prezzi salgono e le forniture si fanno più incerte, vogliamo ricordare come Roma, nell’arco di quindici anni, ha contribuito a smontare uno dopo l’altro i pilastri materiali della propria sicurezza energetica, sostituendo relazioni geograficamente razionali e relativamente convenienti con assetti più costosi, più instabili e più dipendenti dalla protezione politica e militare statunitense. In un Paese in cui, secondo l’IEA (Agenzia internazionale dell’energia), nel 2024 il gas valeva circa il 40% dell’offerta energetica totale e il petrolio un altro 36%, e in cui la dipendenza energetica dall’estero è intorno al 73,9% secondo Eurostat, questo fatto non può essere ridotto ad un errore marginale, ma rappresenta una scelta strategica che tocca il cuore dell’interesse nazionale.

Il primo capitolo di questo suicidio è la Libia. Prima del 2011, l’Italia disponeva di un vantaggio evidente, quasi elementare: un grande fornitore energetico a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste, con una presenza storica di Eni e una connessione fisica come il GreenStream. Nel bilancio 2011 di Eni si legge che nel 2010 circa il 15% della produzione del gruppo proveniva dalla Libia. Tuttavia, il conflitto scatenato dalle forze imperialiste contro la Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista costrinse a fermare quasi tutti gli impianti produttivi, compreso l’export attraverso il GreenStream per otto mesi, con una perdita media stimata di circa 200 mila barili equivalenti al giorno nel 2011. La produzione libica di Eni passò da 267 mila barili equivalenti al giorno nel 2010 a 108 mila nel 2011. Sono numeri che descrivono un danno autoinflitto a un interesse energetico nazionale chiarissimo.

In quell’occasione, l’Italia non fece nulla per difendere i propri interessi e le proprie relazioni con il governo di Tripoli, con il quale nel 2008 era stato stipulato un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, sotto gli auspici del premier Silvio Berlusconi e del leader libico Muʾammar al-Qadhdhāfī (Gheddafi). Anzi, l’Italia partecipò all’operazione NATO Unified Protector, attraverso l’impiego di caccia italiani nelle azioni militari e di navi italiane per garantire l’efficacia dell’embargo imposto contro la Libia. Al di là della retorica dei bombardamenti umanitari con la quale l’operazione fu venduta all’opinione pubblica, il risultato concreto fu la distruzione del quadro statuale del Paese che rappresentava per l’Italia uno dei più logici e convenienti retroterra energetici del Mediterraneo. L’interesse nazionale fu sacrificato all’allineamento politico-militare. E il prezzo, energetico prima ancora che geopolitico, lo stiamo pagando ancora oggi.

Il secondo capitolo è la rottura con la Russia. Sebbene l’Italia non sia stata l’unica ad applicare le sanzioni contro la Russia, sotto pressione di Washington e Bruxelles, è stata certamente una delle principali vittime di questa politica, visti gli accordi storici che erano in vigore con Mosca per la fornitura di gas a prezzi convenienti. L’ondata di russofobia, poi, ha trasformato la rinuncia al gas russo in una linea strategica quasi identitaria, anche quando ciò significava rimpiazzare forniture via tubo relativamente economiche con volumi più cari e più esposti alla volatilità globale. Secondo i dati Snam, le importazioni da Tarvisio, punto d’ingresso del gas russo, sono crollate da 29,06 miliardi di metri cubi nel 2021 a 13,98 nel 2022, con una riduzione del 51,9%. La rinuncia alle forniture russe ha portato alla sostituzione di una fonte continentale stabile con la dipendenza da una miscela di rotte marittime, contratti sostitutivi e concorrenza internazionale sul GNL.

La narrativa ufficiale ha celebrato la “diversificazione” come se fosse di per sé una vittoria. In realtà, diversificare non significa automaticamente rafforzarsi. Se la diversificazione avviene sostituendo una fonte relativamente economica con forniture più costose, più lontane, più vulnerabili ai colli di bottiglia marittimi e alle crisi geopolitiche, allora il sistema diventa formalmente più vario ma materialmente più fragile. La stessa IEA ricorda che l’Italia resta un Paese in cui il gas occupa una quota enorme dell’offerta energetica, e che la dipendenza da importazioni fossili espone inevitabilmente a shock esterni. La “diversificazione” italiana, in questo caso, ha avuto un prezzo elevato in termini di costi, di esposizione alla volatilità dei mercati e di subordinazione strategica alle priorità dell’alleanza occidentale.

Il terzo capitolo è quello che stiamo vivendo ora, con la crisi di Hormuz. Come noto, la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha di fatto paralizzato lo Stretto dalla fine di febbraio, contribuendo alla peggiore interruzione dell’offerta petrolifera mai registrata e spingendo il greggio verso quota 120 dollari al barile. L’IEA ricorda che nel 2025 attraverso Hormuz transitavano quasi 15 milioni di barili al giorno di greggio, circa il 34% del commercio mondiale di greggio, e quasi 20 milioni di barili al giorno di petrolio complessivo. È vero che solo circa il 4% di quei flussi di greggio è diretto in Europa, ma sarebbe un errore grossolano concludere che dunque l’Italia sia al riparo. I mercati del petrolio e dei prodotti raffinati non funzionano per compartimenti stagni, e infatti l’IEA ha avvertito che in aprile l’impatto si sarebbe trasmesso all’Europa soprattutto attraverso diesel e jet fuel, con effetti inflazionistici e recessivi.

Per l’Italia, poi, la crisi di Hormuz non arriva su un terreno neutro. Arriva su un sistema già indebolito dalla perdita del canale libico e dalla rottura con la Russia. Prima della guerra, del resto, circa il 10% del consumo italiano di gas era coperto dal GNL qatariota, e il petrolio mediorientale nel suo complesso valeva circa il 12% delle importazioni petrolifere italiane dell’anno precedente. In particolare, Edison ha un contratto da 6,4 miliardi di metri cubi annui con QatarEnergy, pari a quasi il 10% del consumo nazionale di gas. Per questi motivi, Roma, davanti al blocco delle forniture dal Qatar, si è messa a cercare gas negli Stati Uniti, in Azerbaigian e in Algeria. Non solo. Tuttavia, il governo italiano ha proseguito con la sua politica ideologica, concordando con l’Unione Europea di non tornare ad acquistare gas russo neppure nel pieno dell’emergenza globale. È difficile immaginare una definizione più chiara di subordinazione politica: rinunciare a una fonte disponibile per principio geopolitico, mentre si corre a comprare da fonti più care e più lontane, inclusi gli Stati Uniti.

La prova del fallimento non è solo nei flussi, ma nelle contromisure d’emergenza. A marzo il governo italiano studiava tagli alle accise mobili perché l’aumento dei prezzi dei carburanti rischiava di pesare enormemente su famiglie e imprese. Le stime parlano di quasi 10 miliardi di euro di maggiori costi energetici per le imprese italiane, con ricadute durissime su autotrasporto e agricoltura. L’Italia ha inoltre stanziato circa 417,4 milioni di euro per ridurre temporaneamente le accise su benzina e diesel. In altre parole, dopo aver smantellato i propri vantaggi energetici, lo Stato è costretto a inseguire l’emergenza con sussidi, ristori e toppe fiscali. È la versione contabile della sconfitta strategica.

Di fronte all’insicurezza energetica prodotta dalla guerra in Iran, il governo Meloni ha persino deciso di rinviare al 2038 la chiusura definitiva delle centrali a carbone, tredici anni oltre la scadenza originaria del 2025 prevista dal PNIEC. Tutto questo sebbene. nel 2024, mentre presiedeva il G7, l’Italia avesse contribuito all’impegno dei Paesi del gruppo per uscire dal carbone entro il 2035, salvo poi fare marcia indietro per paura della crisi energetica. Anche questo dato dimostra che la linea italiana non ha prodotto né sovranità energetica né una transizione coerente, ma soltanto una maggiore esposizione al ricatto geopolitico costringendo, al primo vero shock, al ritorno alle fonti energetiche più sporche.

Il punto conclusivo, allora, è semplice e scomodo. L’Italia non è stata travolta da un destino avverso. Ha compiuto una sequenza di scelte politiche che hanno eroso la propria autonomia energetica. Ha contribuito alla distruzione della Libia, il partner più naturale per la propria posizione geografica. Ha accettato la rescissione del canale russo come prova di fedeltà geopolitica, anche quando ciò comportava costi economici e industriali enormi. Oggi affronta la crisi di Hormuz da una posizione di debolezza e subalternità, cercando soccorso negli Stati Uniti e in altri fornitori alternativi più costosi, mentre rinvia la chiusura del carbone e usa denaro pubblico per attenuare i rincari. È la rinuncia progressiva a pensare l’energia come fondamento della sovranità nazionale. E un Paese che rinuncia a questo finisce inevitabilmente per pagare due volte: una volta in bolletta, un’altra volta in dignità politica.

Fonte:Dal gas libico al GNL texano: il lungo suicidio strategico dell’Italia | World Politics Blog

L’impero del dollaro è al capolinea

L’impero del dollaro è al capolineaL’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole.

Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale.
All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro.

Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone.

In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia.

Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro.

È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia.

Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.

Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio.

Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi.

La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni.

Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti. Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione.

Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.

Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.

Articolo originale “El Imperio del dólar está llegando a su fin”, por Dierckxsens y Formento. La emergencia del Petroyuán-oro / Foto di pixabay.com / Traduzione di Alessandro Lattanzio per aurorasito.wordpress.com     www.ecplanet.com

L’europa ha petrolio e gas agli sgoccioli

Riserve Ue di Gas e petrolioUnione Europea non potrà che accrescere la sua dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. La Francia e l’Italia hanno giacimenti di petrolio, di gas e di carbone sufficienti a coprire il consumo interno per meno di un anno.

La Gran Bretagna – nonostante le sue storiche miniere di carbone e i suoi pozzi di idrocarburi nel Mare del Nord – possiede riserve, rispettivamente, per 5, 3 e 4 anni. All’interno del’Ue esistono eccezioni ad un’autosufficienza così breve ma riguardano perlopiù il carbone, mentre più ad Est giganteggia l’abbondanza in cui nuota la Russia: possiede giacimenti di petrolio, gas e carbone sufficienti al proprio fabbisogno per 50, 100 e 500 anni al tasso di consumo attuale.

L’inventario aggiornato delle risorse mondiali è stato messo on line oggi dalla britannica Ruskin University. Un occhio di particolare riguardo è dedicato alla situazione dell’Europa.

Nel comunicato stampa che accompagna lo studio, l’Europa è esortata ad affidarsi alle fonti rinnovabili di energia. E’ semplice buonsenso: ma il buonsenso non è di casa né nell’Uein Italia.

Il rapporto completo sulle risorse mondiali è assai articolato e considera anche l’acqua e la produzione di cibo. Per limitarsi all’Europa e ai combustibili fossili, la situazione è schematizzata in tre cartine. Il petrolio, innanzitutto.

Riserve europee di petrolio in Europa

A chi potremo chiedere il petrolio?

Oltre che in Russia, restano molti anni di petrolio (rispetto al consumo interno) in Canada (le famose sabbie bituminose), Arabia Saudita e dintorni, Venezuela, alcuni Paesi africani e regione del Caucaso.

Ed ecco la cartina delle riserve europee di gas. Non tiene conto dello shale gas eventualmente producibile in Gran Bretagna e forse in altri luoghi. L’Unione Europea – di nuovo – è messa malissimo. Un paragrafo della ricerca è dedicato allo shale gas negli Usa; dice che le stime sono molto difficili e propende per ritenere le riserve sufficienti a soli quattro anni del consumo statunitense. Gli Usa tuttavia hanno gas sufficiente al fabbisogno interno per una decina di anni se si tiene conto anche dei giacimenti convenzionali. A livello mondiale, le riserve di gas (sempre calcolate in anni di consumo interno) sono patrticolarmente alte in Quatar, Norvegia e Russia: rispettivamente, 1000, 420 e 108 anni.

Riserve di gas in Europa

Infine le riserve di carbone in Europa, sempre misurate in anni di fabbisogno interno. Nel mondo il carbone – il più sporco dei combustibili fossili – è ancora piuttosto abbondante; le riserve più significative sono in Russia, India, Cina, America Latina ed Africa; seguono Usa, Canada ed Australia.

Riserve di carbone in Europa

La Germania – pur così scarsa di gas e di petrolio – ha carbone per altri 250 anni al tasso di consumo attuale. La Bulgaria ne ha per 73 e la Polonia per 34.

Fonte: blogeko.iljournal.it    ecplanet.com