Marx21 sta dedicando ampio spazio a ciò che, nel silenzio pressoché totale dell’informazione mainstream, sta avvenendo a Cuba. Ed è un silenzio che pesa, perché ciò che si consuma oggi sull’isola non riguarda soltanto il destino di un popolo, ma chiama in causa il diritto stesso delle nazioni a scegliere autonomamente il proprio cammino, senza piegarsi ai diktat dell’imperialismo.
Dal 1959, questa piccola isola a poche miglia dalle coste della più potente potenza militare del pianeta continua a resistere. Cuba resiste da oltre sessant’anni a un assedio economico, politico e diplomatico che nessun altro Paese al mondo avrebbe probabilmente potuto sopportare senza soccombere. Eppure resiste. Questa resistenza non rappresenta soltanto la difesa della dignità, della sovranità e dell’autodeterminazione del popolo cubano: essa continua a costituire un esempio per tutti gli sfruttati, per tutti coloro che nel mondo lottano contro l’oppressione, contro il dominio economico e contro la subordinazione ai grandi interessi internazionali.
In tutti questi decenni Cuba è stata un punto di riferimento per i popoli in lotta: dal Nicaragua sandinista al Venezuela bolivariano, passando per le esperienze progressiste dell’America Latina, l’isola ha rappresentato la dimostrazione concreta che un’alternativa all’ordine imposto da Washington è possibile. Non un modello perfetto — nessun processo storico lo è — ma una testimonianza viva della possibilità di sottrarsi alla logica della dipendenza e dello sfruttamento.
Il silenzio rispetto a ciò che sta avvenendo oggi a Cuba è complice, perché contribuisce a nascondere una delle operazioni più ciniche e infami della politica estera statunitense. Il copione, del resto, non è nuovo. Lo abbiamo visto ripetersi in diversi contesti internazionali come quello iraniano: si strangola economicamente un Paese, lo si isola, lo si priva dell’accesso ai beni essenziali, si esasperano artificialmente le contraddizioni interne e si spinge la popolazione verso condizioni di esasperazione sociale. Nel caso cubano, l’embargo — che da decenni colpisce indiscriminatamente l’intera popolazione — assume oggi forme ancora più aggressive, aggravando la carenza di medicinali, carburante, energia e beni di prima necessità.
A quel punto, coloro che hanno contribuito a generare la crisi si presentano come improvvisi difensori dei diritti umani e della democrazia. La narrazione dominante diventa semplice e rassicurante: la colpa è soltanto della “dittatura”, il contesto internazionale scompare, il blocco economico viene rimosso dal discorso pubblico e ogni responsabilità esterna viene cancellata. Si costruiscono così le premesse ideologiche per giustificare nuove ingerenze, nuove destabilizzazioni, nuovi “interventi umanitari”, che troppo spesso nella storia recente hanno significato guerra, devastazione e morte.
La politica trumpiana verso Cuba appare, in questo quadro, estremamente chiara. In un momento di difficoltà sul piano del consenso interno e in vista di delicate scadenze elettorali, Donald Trump sembra voler offrire alla propria base politica un risultato simbolico, un trofeo geopolitico da esibire. L’obiettivo sarebbe quello di presentarsi come il presidente che ha portato la “libertà” a Cuba — naturalmente una libertà intesa secondo gli interessi e i parametri di Washington, cioè subordinazione economica, apertura incontrollata ai capitali internazionali e restaurazione dell’egemonia statunitense nel proprio storico “cortile di casa”.
Se il metodo ricorda quello sperimentato in Iran, anche le conseguenze potrebbero essere le stesse. L’informazione italiana, come spesso accade, continua a leggere la complessità del mondo attraverso categorie infantili e semplificate: da una parte il bene, dall’altra il male; da una parte le democrazie, dall’altra le “feroci dittature”. In questo schema ideologico basta alimentare proteste, fomentare tensioni, sostenere destabilizzazioni per rendere legittimo qualsiasi intervento. Se nel frattempo vengono colpite infrastrutture civili(come la scuola colpita in Iran) e a pagarne il prezzo sono le popolazioni, tutto viene archiviato sotto la categoria cinica degli “effetti collaterali”.
Eppure il popolo cubano, anche nei momenti più difficili, ha dimostrato più volte da che parte stare. Dopo gli ultimi attacchi politici e giudiziari contro Raùl Castro, il popolo cubano ha continuato a rivendicare il diritto alla propria sovranità nazionale, respingendo il tentativo di trasformare l’isola in un laboratorio dell’ennesimo cambio di regime pilotato dall’esterno.
Un eventuale intervento statunitense non significherebbe soltanto l’apertura di un nuovo fronte di conflitto internazionale: significherebbe il rischio concreto di trascinare ancora una volta un intero popolo nel caos, nella destabilizzazione permanente, nella perdita delle proprie conquiste sociali e della propria indipendenza politica. La storia degli ultimi decenni — dall’Iraq alla Libia — dovrebbe aver insegnato qualcosa a chi continua a parlare di guerre umanitarie con scandalosa leggerezza.
La dignità del popolo cubano non è disponibile per i calcoli elettorali di Washington, né può essere sacrificata sull’altare degli interessi geopolitici di una potenza in cerca di nuovi nemici da abbattere. Difendere Cuba oggi non significa aderire acriticamente a ogni scelta del suo governo; significa difendere un principio fondamentale: il diritto dei popoli all’autodeterminazione, il rifiuto dell’aggressione imperialista e la convinzione che nessuna nazione debba essere affamata, strangolata economicamente o minacciata militarmente per essersi sottratta all’ordine imposto dai potenti.
Per questo rompere il silenzio non è soltanto un dovere politico: è una necessità morale. Perché quando un popolo viene colpito dall’assedio, l’indifferenza non è neutralità. L’indifferenza è complicità.
di Marco Pondrelli
Fonte:Cuba resiste: contro il silenzio complice e l’aggressione imperialista: Editoriale – Marx21
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