Il vertice Trump-Xi si presta a letture molteplici. In una fase di questa complessità, le semplificazioni in bianco e nero alimentano le tifoserie ma non la comprensione. Conviene ragionare su almeno tre elementi.
Primo. Nel corso di questo vertice la Cina ha, anche plasticamente, affermato il principio della parità tra i due paesi. Non è un fatto scontato, anche perché sancisce la fine della pretesa americana alla retorica unipolare.
Facciamo un passo indietro: a maggio del 2012 l’allora presidente cinese Hu Jintao pronuncia l’espressione “nuovo modello di relazioni tra grandi paesi” durante il 4° Dialogo Strategico ed Economico USA-Cina a Pechino. La stessa formula venne ripresa il 7 giugno 2013 da Xi Jinping al vertice di Sunnylands ed inizialmente accettata dagli Usa fino a che, nel maggio 2014, Evan Madeiros — l’uomo che dettava la linea della Casa Bianca per l’Asia — interpellato ufficialmente nel corso di una conferenza stampa non la rifiutasse. Da quel momento l’amministrazione Obama emanò una direttiva interna per vietare l’uso di quella formula in tutti i suoi documenti ufficiali. Gli statunitensi non accettavano che nessun altro paese potesse essere considerato un loro pari. Il vertice di questa settimana a Pechino ha definitivamente archiviato quella fase e scardinato il modo in cui Washington ha definito la Cina dal 2017, ossia come un “competitore strategico”. Xi Jinping ha lanciato una nuova formula per definire le relazioni sino-americane: “stabilità strategica costruttiva”, una formula con cui ricorda agli Usa che i due grandi paesi devono essere i garanti della stabilità strategica mondiale e che, quindi, sono destinati a cooperare.
Questa vicenda, lungi dal rappresentare una mera questione terminologica, segnala in modo inconfutabile come i rapporti di forza nel mondo siano cambiati: è la pietra tombale sul piano politico — non ancora finanziario o militare — al mondo unipolare.
Secondo. Il messaggio consegnato al pubblico americano ed a quello cinese, in merito all’esito dei colloqui, è stato completamente diverso. Al pubblico statunitense è stato mostrato un presidente rispettato e che ritorna in patria con una serie di accordi commerciali stipulati. Al pubblico cinese è stata data la conferma che l’era del rispetto asimmetrico è terminata. Se il vertice di Busan ha segnato l’avvio della tregua dopo gli anni di difficoltà nelle relazioni bilaterali, l’incontro di Pechino ha sancito il secondo atto di tale tregua, permettendo ad entrambi di guadagnare tempo e definire ambiti di cooperazione al riparo dalla reciproca capacità di danneggiarsi a vicenda su catene tecnologiche, chip, terre rare, supply chain e commercio.
Non è, questo, un obiettivo al ribasso, tutt’altro. Si tratta della sconfitta, almeno temporanea, del cosiddetto Blue Team, quella frazione trasversale dell’establishment americano che — come i fautori del rollback ai tempi del Solarium Exercise eisenhoweriano — punta allo scontro diretto con Pechino prima che il vantaggio militare statunitense si assottigli. A prevalere, ancora una volta, è la logica del containment e della convivenza negoziata, e sconfiggere le frazioni belliciste e guerrafondaie dell’imperialismo americano è l’obiettivo strategico più importante che le forze mondiali impegnate contro la guerra possono conseguire in questa fase storica.
Terzo. Le cose più importanti non sempre accadono durante i vertici, sotto i riflettori, ma molto più spesso a latere. Il 2 maggio 2026 il Ministero del Commercio cinese ha emesso l’Ordine di Blocco n. 21: qualsiasi azienda o banca operante in Cina che si conformi alle sanzioni secondarie con cui il Tesoro americano aveva colpito cinque raffinerie cinesi — accusate di trattare greggio proveniente da paesi sotto embargo statunitense — commette un illecito perseguibile, con i propri beni esposti a sequestro. Si tratta dell’applicazione concreta del Decreto del Consiglio di Stato n. 835, entrato in vigore il 15 aprile 2026, che ha reso pienamente operativa un’architettura giuridica costruita dal 2020 in poi con questo preciso obiettivo: contrapporre alla prassi delle sanzioni extraterritoriali americane — prive di fondamento nel diritto internazionale ma universalmente rispettate per timore del sistema finanziario di Washington, Cina inclusa — una risposta simmetrica e giuridicamente vincolante, capace di ribaltarne i costi su chi quelle sanzioni sceglie di applicare. È la prima volta che su questo terreno si avanza in modo netto.
Chi oggi giudica la Cina ancora timida nel contestare, ad esempio, la centralità del dollaro nel sistema degli scambi internazionali, farebbe bene a ricordare che fino a ieri appariva altrettanto timida sul rigetto del sanzionismo americano e che in solo 14 anni ha archiviato l’unilateralismo sul piano politico. La direzione è tracciata: è solo una questione di tempo e di condizioni politiche.
Il 19 e 20 maggio il presidente russo Putin sarà in visita di stato a Pechino, in concomitanza con il 25º anniversario della firma del Trattato di Buona Vicinanza, Amicizia e Cooperazione. Sarebbe un errore leggerla come una visita rituale. A quel momento l’elenco dei punti qui discussi andrà aggiornato e la complessità di questa fase storica apparirà, forse, un poco più nitida.
fonte: Trump a Pechino. Tre elementi per capire il mondo che cambia. Editoriale – Marx21
di Francesco Maringiò

