Il crollo del bipartitismo britannico: Starmer travolto tra Reform UK, Verdi e nuove sinistre

Le elezioni del 7 maggio hanno confermato la frantumazione del sistema politico britannico. Labour e conservatori arretrano, Reform UK sfonda a destra, i Verdi avanzano a sinistra e Starmer appare sempre più prigioniero della propria crisi di consenso.

Le elezioni locali dello scorso 7 maggio hanno inaugurato nuova fase della crisi politica britannica. Non si è trattato soltanto di una dura sconfitta per il Partito Laburista del primo ministro Keir Starmer, né di un ulteriore arretramento dei conservatori dopo anni di logoramento. Il dato più rilevante è la decomposizione del vecchio asse bipartitico che per decenni ha strutturato la politica del Regno Unito. I risultati delle amministrative in Inghilterra, insieme alle elezioni per il Parlamento scozzese e per il Senedd gallese, mostrano un sistema sempre più frammentato, nel quale le due forze storiche non riescono più a intercettare stabilmente né il voto popolare né quello dei ceti medi urbani.

Escludendo l’Irlanda del Nord, dunque, gran parte del Regno Unito è andato alle urne la scorsa settimana. In Inghilterra si votava per 5.066 seggi locali in 136 autorità, comprese tutte le trentadue municipalità londinesi, trentadue borough metropolitani, diciotto autorità unitarie, sei consigli di contea, quarantotto distretti e sei sindaci eletti direttamente. Nello stesso giorno, come anticipato, si sono tenute anche le elezioni parlamentari in Scozia e nel Galles, oltre a due suppletive gallesi. Il voto, dunque, ha assunto immediatamente il carattere di un giudizio politico nazionale sul governo Starmer, ma anche di una misurazione più ampia dei nuovi rapporti di forza nel paese.

Il primo dato è il tracollo laburista. Guardando ai risultati ufficiali, il Labour ha ottenuto appena 1.068 consiglieri, meno della metà rispetto al precedente mandato, e ha perso il controllo di 38 consigli. Il partito di estrema destra Reform UK, al contrario, ha conquistato 1.453 consiglieri e il controllo di 14 consigli, affermandosi come prima forza politica inglese. I conservatori hanno chiuso con 801 consiglieri, perdendone 563, mentre i Liberal Democrats sono saliti a 844 consiglieri e i Verdi a 587, con un guadagno di 441 seggi e il controllo di cinque consigli.

Questi numeri raccontano una duplice frattura. Da un lato, il Labour perde dalla destra nei territori popolari colpiti da deindustrializzazione, impoverimento, crisi dei servizi e risentimento sociale; dall’altro, perde dalla sinistra ecologista nelle aree urbane, universitarie e progressiste, dove la linea moderata, atlantista e securitaria di Starmer viene percepita come una prosecuzione dell’establishment, non come una rottura. Rispetto alle elezioni del 2019 e del 2024, dunque, Labour e conservatori risultano entrambi ridimensionati nelle intenzioni di voto, mentre Reform UK e Verdi emergono come poli alternativi. È l’immagine di una “tempesta perfetta” per Nigel Farage, ma anche di una crisi più profonda della rappresentanza tradizionale.

La crisi di consensi per Starmer e per il suo governo è dunque innegabile. La stampa inglese ha definito il voto un duro giudizio degli elettori su un premier la cui popolarità è crollata rapidamente dopo l’arrivo a Downing Street. Da allora, i laburisti hanno perso il controllo di varie autorità detenute da decenni e il potere in Galles dopo ventisette anni. Reform UK, invece, ha ottenuto un risultato storico in Inghilterra e, per la prima volta, ha ottenuto avanzate significative anche in Scozia e Galles.

Starmer paga il fallimento della sua promessa fondamentale: dimostrare che un Labour moderato, “depurato” dalla stagione corbyniana, rassicurante per i mercati e disciplinato sul piano atlantico, potesse riconquistare stabilmente il centro politico e insieme mantenere il rapporto con la classe lavoratrice. Il risultato è opposto. La normalizzazione centrista non ha prodotto stabilità, ma smobilitazione. La retorica della responsabilità fiscale non ha ricostruito consenso, ma ha rafforzato l’idea di un Labour incapace di distinguersi realmente dai conservatori sulle grandi scelte economiche. Sul terreno dell’immigrazione, della sicurezza e della politica estera, l’inseguimento della destra non ha prosciugato Reform UK, anzi, lo ha legittimato.

La formazione di Farage, dal canto suo, non è più soltanto un partito di protesta euroscettico o una scheggia post-Brexit. Il voto la trasforma in un attore territoriale, capace di conquistare consigli, radicarsi localmente e insediarsi nei vecchi bastioni laburisti. Secondo l’analisi dei dati elettorali, Reform UK ha ottenuto risultati particolarmente forti nelle aree a maggioranza pro-Brexit: dove il Leave aveva superato il 55 per cento, Reform ha conquistato il 47 per cento dei voti; dove il sostegno alla Brexit era compreso tra il 45 e il 55 per cento, ha ottenuto il 36 per cento; nelle aree sotto il 45 per cento è scesa invece al 19 per cento.

Ciò conferma che Farage riesce a trasformare il risentimento sociale e la frustrazione postindustriale in una narrazione nazionalista, anti-immigrazione e anti-establishment. Il punto non è che Reform UK abbia una soluzione reale alla crisi britannica. Al contrario, il suo programma resta inscritto in una cultura politica di destra, ostile ai migranti e funzionale a una ridefinizione autoritaria del disagio popolare. Ma proprio perché Labour e conservatori hanno governato per decenni all’interno dello stesso perimetro neoliberale, Farage può presentarsi come rottura, anche quando la sua rottura è regressiva.

I conservatori, al contrario, non riescono a capitalizzare pienamente la crisi laburista perché sono essi stessi parte della crisi. La leadership di Kemi Badenoch può rivendicare qualche segnale di tenuta rispetto al crollo precedente, ma il quadro resta disastroso. Il voto mostra che una parte sempre maggiore dell’elettorato conservatore tradizionale continua a spostarsi verso Reform UK, soprattutto nelle zone dove la destra radicale appare più credibile nel rappresentare il nazionalismo sociale e il risentimento anti-immigrazione. I Tories sono intrappolati tra due debolezze: troppo compromessi con il passato per rappresentare una novità, troppo istituzionali per competere fino in fondo con Farage sul terreno populista.

A sinistra, invece, il dato più significativo è la crescita dei Verdi. Il Green Party ha operato una scelta strategica intelligente, ampliando il proprio profilo oltre l’ambientalismo, e includendo nel proprio programma la giustizia sociale e la questione palestinese sotto la guida di Zack Polanski, una svolta che gli ha permesso di sottrarre centinaia di seggi al Labour nei centri urbani e nelle città universitarie.

Questo dimostra che chi abbandona i laburisti non lo fa necessariamente spostandosi verso l’estrema destra. Una parte consistente dell’elettorato tradizionale laburista ha preferito questa volta una sinistra alternativa, più riconoscibile sui temi sociali, climatici, internazionalisti e pacifisti. Mentre Reform UK intercetta settori popolari disillusi, i Verdi raccolgono una parte dell’elettorato progressista disgustato dalla moderazione laburista, dalla sua ambiguità su Gaza, dalle politiche di austerità mascherata e dalla subalternità all’ordine atlantico.

Un breve inciso lo merita anche il Workers Party of Britain. Il partito di George Galloway ha corso su scala limitata rispetto ai grandi soggetti nazionali, presentando solamente 69 candidati, ma ha ottenuto 24.000 voti in Inghilterra e 4.000 in Scozia, rivendicando un totale di otto consiglieri. Come da tradizione, il WPB ha conquistato i suoi principali successi in aree a forte radicamento comunitario. Nella roccaforte Rochdale, ha eletto Waqar Khan a Central Rochdale con 1.944 voti e Mohammed Shafiq a Milkstone & Deeplish con 1.560 voti; a Bury, Shabaz Imtiaz Shamim è stato eletto a Redvales con 1.029 voti; a Calderdale, Shakir Saghir ha vinto nel ward di Park con 901 voti. Il dato più simbolico è tuttavia quello di Birmingham, dove il partito ha rivendicato l’elezione di Shehryar Kiyani a Glebe Farm & Tile Cross, presentandola come una vittoria contro il leader laburista del consiglio cittadino John Cotton.

Il significato politico del Workers Party non sta dunque nei numeri assoluti, ancora limitati, ma nella sua capacità di occupare uno spazio lasciato scoperto dal Labour: quello di una sinistra anti-austerità, critica della NATO, attenta alla Palestina e radicata in comunità popolari e multietniche. Non è ancora una forza nazionale in grado di contendere l’egemonia al Labour, ma il suo risultato segnala che la frantumazione della rappresentanza non riguarda soltanto la destra, dimostrando che esiste anche un terreno di ricomposizione a sinistra, sebbene disperso tra Workers Party, Verdi, indipendenti, movimenti locali e nuove formazioni legate all’area di Jeremy Corbyn.

La Scozia conferma la stessa tendenza alla frammentazione, pur dentro una cornice specifica. Lo Scottish National Party resta primo partito con 58 seggi, ma perde sei seggi e resta a sette dalla maggioranza assoluta. Labour e Reform UK arrivano entrambi a 17 seggi, i Verdi salgono a 15, i conservatori crollano a 12 e i Liberal Democrats avanzano a 10. È stato, ad ogni modo, il peggior risultato di sempre alle elezioni per il Parlamento scozzese sia per il Labour sia per i conservatori: i laburisti continuano a perdere quota per la sesta elezione consecutiva, mentre i Tories ottengono il loro minimo storico. La Scozia dunque resta governata politicamente dal nazionalismo progressista dello SNP, che dovrebbe formare un governo di minoranza confermando la leadership di John Swinney, ma non è immune dal terremoto britannico. Reform UK entra con forza anche a Holyrood, mentre i Verdi consolidano il proprio ruolo come sinistra ecologista e indipendentista.

In Galles, il risultato è ancora più dirompente. Plaid Cymru diventa il primo partito con 43 seggi e il 35,41 per cento, Reform UK arriva secondo con 34 seggi e il 29,30 per cento, mentre il Labour crolla a 9 seggi e all’11,08 per cento. I conservatori ottengono 7 seggi, i Verdi 2 e i Liberal Democrats 1. I laburisti perdono dunque il loro tradizionale dominio gallese, mentre Plaid Cymru emerge come principale forza nazionale sotto la leadership di Rhun ap Iorwerth, eletto primo ministro gallese il 12 maggio, e Reform UK come principale opposizione di destra.

Le elezioni del 7 maggio, dunque, non rappresentano una semplice alternanza locale, ma la crisi organica del centro politico britannico. Il Labour di Starmer non riesce più a parlare né alla classe lavoratrice né alla sinistra urbana; i conservatori non riescono più a rappresentare in modo credibile l’ordine borghese tradizionale; Reform UK cresce trasformando la rabbia sociale in nazionalismo reazionario; i Verdi avanzano perché offrono una risposta più coerente sui temi sociali, climatici e internazionali; il Workers Party e altre esperienze radicali indicano che esiste uno spazio, ancora frammentato ma reale, per una sinistra di rottura.

Il Regno Unito che esce da questo voto è politicamente più instabile, territorialmente più diviso e socialmente più polarizzato. Starmer è il simbolo di questa crisi: era giunto al governo promettendo competenza, ordine e moderazione, ma si ritrova a guidare un partito in caduta libera, assediato da destra e da sinistra, incapace di offrire una visione trasformativa. Per la sinistra britannica, il compito non può essere quello di difendere il Labour in nome dell’argine alla destra. L’esperienza Starmer dimostra che un argine privo di contenuto sociale finisce per rafforzare l’avversario. Serve una nuova rappresentanza popolare, internazionalista e anti-austerità, capace di contendere a Reform UK il terreno della rabbia sociale e di trasformarla non in odio verso migranti e minoranze, ma in lotta contro le élite economiche, la guerra, la precarietà e il declino dei servizi pubblici.

Fonte_: Il crollo del bipartitismo britannico: Starmer travolto tra Reform UK, Verdi e nuove sinistre | World Politics Blog

Putin definisce la cooperazione Cina-Russia un pilastro della stabilità globale

di Shen Sheng (Global Times) – 10 maggio 2026

Nel contesto delle crescenti tensioni internazionali, Vladimir Putin ha indicato la cooperazione tra Russia e Cina come fattore essenziale di stabilità globale. Gli esperti cinesi sottolineano il ruolo di Pechino e Mosca contro unilateralismo, egemonismo e indebolimento della governance mondiale.

Poche ore dopo la conclusione delle cerimonie del Giorno della Vittoria a Mosca, il presidente russo Vladimir Putin ha affrontato la stampa in una solenne sala del Cremlino, con il suo abito scuro appuntato dal simbolico nastro di San Giorgio per il Giorno della Vittoria.

Putin ha presentato le relazioni della Russia con la Cina come un pilastro della stabilità internazionale, ha anticipato la sua prossima visita a Pechino e ha richiamato l’economia diversificata della Cina e la sua rapida crescita tecnologica. Le dichiarazioni sono giunte dopo la parata nella Piazza Rossa che ha segnato l’81° anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. In un ampio scambio, Putin ha affrontato questioni chiave, dai legami bilaterali con la Cina alla limitata esposizione di mezzi militari, fino al conflitto ucraino e a un cessate il fuoco di tre giorni appena annunciato.

Oltre a descrivere la cooperazione Russia-Cina come un fattore chiave per il mantenimento della stabilità internazionale, Putin ha anche affermato che la Cina è il principale partner commerciale ed economico della Russia, con scambi bilaterali superiori a 140 miliardi di dollari e in continua crescita. Ha aggiunto che Russia e Cina hanno raggiunto un alto grado di consenso e sono pronte a compiere passi sostanziali nella cooperazione nel settore del petrolio e del gas.

Gli osservatori hanno notato che le dichiarazioni di Putin sono arrivate in un momento in cui gran parte dell’architettura della sicurezza internazionale, compresi i quadri di controllo degli armamenti, disarmo e non proliferazione nucleare, si sta costantemente erodendo nel contesto dell’aumento delle tensioni tra grandi potenze, rendendo particolarmente significativa la sua enfasi sulla cooperazione Russia-Cina.

Ruolo di pilastro

La cooperazione Russia-Cina contribuisce ad attenuare le turbolenze globali provocate dall’unilateralismo e dalla politica di potenza, ha dichiarato domenica al Global Times Zhang Hong, ricercatore presso l’Istituto di Studi Russi, dell’Europa Orientale e dell’Asia Centrale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali.

“La Cina ha costantemente promosso la risoluzione dei conflitti attraverso canali politici e diplomatici all’interno di quadri multilaterali come le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il G20 e i BRICS, opponendosi al tempo stesso all’uso della forza e alle sanzioni unilaterali”, ha affermato Zhang.

Nel frattempo, legami stabili tra Russia e Cina hanno contribuito a sostenere la stabilità in tutta l’Eurasia, l’Asia Centrale e la regione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, emergendo come un’importante ancora di stabilità mentre la governance globale della sicurezza si indebolisce, ha aggiunto.

Commentando i settori di cooperazione menzionati da Putin, l’esperto ha affermato che l’energia resta una priorità assoluta, con un chiaro consenso sulla cooperazione sino-russa nel petrolio e nel gas, sullo sfondo dell’instabilità nel Golfo Persico e della crisi iraniana.

“La cooperazione ad alta tecnologia è guidata dalla strategia statale e dalla diplomazia di alto livello piuttosto che dalle forze di mercato. Cina e Russia stanno espandendo la cooperazione nell’IA, nei materiali avanzati, nelle nuove energie e nell’economia verde, aiutando la Russia ad affrontare i divari nell’innovazione e riflettendo la profondità del loro partenariato strategico globale, senza alcun obiettivo rivolto contro terze parti”.

Putin ha inoltre accolto con favore l’attesa visita del presidente statunitense Donald Trump in Cina, affermando che il continuo impegno tra Stati Uniti e Cina è positivo poiché contribuisce a mantenere la stabilità regionale. Ha osservato che entrambi i Paesi sono grandi partner commerciali ed economici e che le loro interazioni hanno un impatto diretto sull’economia globale.

“Le dichiarazioni contribuiscono a contrastare le narrazioni occidentali che rappresentano Cina e Russia come una cosiddetta alleanza anti-statunitense”, ha affermato Zhang, aggiungendo che, mentre la Russia persegue un “perno verso Est”, continua a mantenere una politica estera equilibrata e non ha abbandonato gli sforzi per normalizzare le relazioni sia con gli Stati Uniti sia con l’Europa. Ha inoltre osservato che Mosca cerca di sfruttare l’impegno sino-statunitense per favorire un disgelo nelle relazioni russo-statunitensi, con l’obiettivo di allentare le sanzioni e ripristinare i canali diplomatici.

Yang Jin, ricercatore associato presso l’Istituto di Studi Russi, dell’Europa Orientale e dell’Asia Centrale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ha affermato che le relazioni Cina-Russia non sono dirette contro alcuna terza parte e rappresentano un modello di relazioni tra grandi Paesi, con una cooperazione concentrata sulla promozione dello sviluppo bilaterale e sul miglioramento del benessere dei popoli.

Sullo sfondo di un ambiente internazionale complesso, egli ha inoltre osservato che le visite successive in Cina dei leader di molte grandi potenze riflettono la crescente influenza globale del Paese, con le sue posizioni e proposte che ricevono un’attenzione e un riconoscimento internazionali sempre maggiori.

Conflitto ucraino

I media occidentali si sono ampiamente concentrati sulla notevole assenza di carri armati, veicoli corazzati pesanti e missili balistici alla parata russa del Giorno della Vittoria del 2026: la prima volta in quasi 20 anni in cui nessun mezzo militare è stato esposto nella Piazza Rossa.

Putin ha spiegato che la decisione di non mostrare equipaggiamenti militari è stata dettata non solo da considerazioni di sicurezza, ma anche dalla necessità che le forze armate si concentrino sull’“operazione militare speciale” e, in definitiva, sconfiggano il nemico.

Un esperto ha affermato che la mossa riflette sia calcoli di sicurezza sia valutazioni politiche: da un lato, la Russia cerca di attenuare le minacce dei droni e ridurre i rischi per la sicurezza; dall’altro, essa serve a scopi interni e diplomatici, contribuendo a mantenere la stabilità in vista delle elezioni della Duma di Stato di settembre, limitando al tempo stesso gli argomenti per le narrazioni occidentali sulla cosiddetta “minaccia russa”.

Commentando il conflitto tra Russia e Ucraina, Putin ha dichiarato: “Penso che la questione stia arrivando alla fine”, aggiungendo di essere aperto a incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj a Mosca o in un Paese terzo una volta che entrambe le parti saranno pronte a firmare un accordo.

Il presidente ha inoltre elogiato la sincera speranza dell’amministrazione Trump di risolvere il conflitto ucraino, affermando che la Russia apprezza lo sforzo, ma sottolineando che la questione è innanzitutto un affare tra Russia e Ucraina.

Ha aggiunto che l’Europa ha iniziato a cercare contatti con la Russia, aggiungendo che i Paesi europei comprendono che un’ulteriore escalation nel conflitto ucraino avrebbe un costo elevato.

“Alla fine saremo in grado di ripristinare le relazioni con molti dei Paesi che oggi cercano di condannarci. Ma prima ciò accadrà, meglio sarà per noi e, in questo caso, anche per i Paesi europei”.

In precedenza, venerdì, il presidente statunitense Trump aveva annunciato che Russia e Ucraina avevano concordato un cessate il fuoco di tre giorni dal 9 all’11 maggio. Durante questo periodo, entrambe le parti avrebbero sospeso tutte le operazioni di combattimento e scambiato 1.000 prigionieri di guerra ciascuna, secondo CBS News.

Trump ha fatto l’annuncio, mentre il presidente ucraino Zelens’kyj ha confermato pubblicamente che il cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore anch’esso dal 9 all’11 maggio e ha incaricato la sua squadra di preparare lo scambio di prigionieri. Anche la Russia ha accettato la proposta mediata dagli Stati Uniti, secondo il rapporto.

“L’attuale cessate il fuoco riflette le strategie diplomatiche e narrative di entrambe le parti, mentre il ritorno al tavolo negoziale e la risoluzione del conflitto attraverso mezzi politici e diplomatici restano un’opzione realistica. Se si vuole ottenere una vera fine dei combattimenti, entrambe le parti dovrebbero modificare in modo fondamentale le proprie posizioni negoziali. Sebbene il cessate il fuoco sia temporaneo, la Russia sta già segnalando buona volontà”, ha affermato Zhang.

In precedenza, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian, interrogato dall’agenzia di stampa Ukrinform su un possibile cessate il fuoco, aveva affermato che la posizione della Cina sulla crisi ucraina è molto chiara. Sosteniamo tutti gli sforzi per la pace e auspichiamo che le parti interessate continuino a risolvere la crisi attraverso il dialogo e i negoziati.

Fonte :Putin definisce la cooperazione Cina-Russia un pilastro della stabilità globale – Marx21

da https://giuliochinappi.com

Argentina 1976-2026, a 50 anni dal Colpo di Stato: il progetto di Milei riattualizza gli anni bui della dittatura

 

A mezzo secolo dall’ultimo –e più brutale– colpo di stato della sua storia, la democrazia argentina affronta oggi un altro tipo di attacco: il governo di Javier Milei. Nonostante sia emerso dalle urne, il suo è portatore di un progetto economico, sociale e ideologico in sintonia con quello attuato dalla dittatura negli anni ’70. Tuttavia, sebbene spesso ignorate dai grandi mezzi di informazione, sono quasi quotidiane le espressioni di resistenza popolare contro tale progetto antisociale.

di Sergio Ferrari
Traduzione a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Radiografia della paralisi produttiva

Più di 22 mila aziende, principalmente medie e piccole, ma anche molte grandi, hanno chiuso i battenti negli ultimi due anni. Con una perdita di 300 mila posti di lavoro: 200 mila nel settore privato e il resto nel settore pubblico.

Una lettura più approfondita delle statistiche ufficiali rivela più di 550 mila persone spostate dai lavori formali. Di esse, quasi 386 mila categorizzate come mono reddito, cioè lavoratori e lavoratrici indipendenti. Il governo ha imposto nuove norme escludenti che hanno spinto migliaia e migliaia di lavoratori a rinunciare a quella categoria, passando così ad ingrossare il settore informale, sempre più ampio e deregolamentato (https://www.infobae.com/economia/2026/02/12/desde-el-inicio-del-gobierno-de-milei-se-perdieron-300000-empleos-asalariados-registrados/).

Prezzi europei, salari da fame

Dall’entrata in carica del nuovo governo sono stati due anni molto complessi sia per il settore salariato che per gli indipendenti, e il futuro non si prospetta migliore. A febbraio, il governo è riuscito a far approvare al parlamento la nuova Legge sul Lavoro, una riforma del lavoro di stampo neoliberale con somiglianze alla legislazione che prevaleva durante l’ultima dittatura tra il 1976 e il 1983. La Confederazione Generale del Lavoro (CGT) ha annunciato che impugnerà questa Legge in sede giudiziaria. Fondamentalmente produrrà l’indebolimento intenzionale dell’organizzazione sindacale e dei diritti essenziali, come le negoziazioni paritarie per settori e quello dello sciopero. Questa nuova legge, che Milei presenta come di “modernizzazione del lavoro”, implica la perdita di conquiste storiche, come i contratti di lavoro e il riconoscimento delle ore straordinarie, oltre all’aumento delle giornate lavorative, delle vacanze frazionate a capriccio del datore di lavoro e la flessibilizzazione dei licenziamenti.

In termini macroeconomici, si tratta di un trasferimento multimilionario di risorse dai lavoratori e dai pensionati verso il settore imprenditoriale. A partire dall’applicazione della Legge, ad esempio, gli imprenditori (grandi, medi e piccoli) contribuiranno mensilmente a un Fondo di Assistenza Lavorativa (FAL) per sovvenzionare i licenziamenti, che sicuramente si moltiplicheranno vertiginosamente. Ironia della sorte, questo fondo, che si costituisce con il 3,5% della massa salariale lorda, il settore padronale potrà detrarlo dal suo contributo obbligatorio alle pensioni e alla previdenza sociale. Questo trasferimento gigantesco del reddito nazionale dei lavoratori e dei pensionati verso il mondo imprenditoriale rappresenta nientemeno che una punizione immeritata per i pensionati, che già stanno subendo il congelamento delle loro magre pensioni e la perdita irreversibile del loro potere d’acquisto (https://centrocepa.com.ar/informes/727-la-precarizacion-avanza-analisis-de-la-reforma-laboral).

Per dare un volto umano a queste cifre, basta menzionare che la pensione minima attuale (incluso un bonus supplementare speciale) equivale a 305 dollari mensili, mentre il salario minimo iniziale si attesta intorno ai 239 dollari. Per quanto riguarda il salario di un impiegato di commercio con dieci anni di anzianità, esso raggiunge a malapena i 774 dollari mensili. In sintesi, redditi depressi al massimo in un paese i cui prezzi sono di per sé esorbitanti. Dove un chilo di pane costa tra i 2,50 e i 3 dollari e un litro di latte intorno ai 2 dollari, mentre un chilo di riso si aggira intorno ai 3 dollari, quello di farina più di 1 dollaro e qualsiasi pezzo di formaggio comune supera i 10 dollari. I vestiti, come i servizi pubblici, come l’acqua corrente, il gas e l’elettricità, costano tanto quanto in Spagna, Francia o Italia. Il costo mensile della salute privata raggiunge anche livelli europei: una “prepaga” (assicurazione sanitaria privata) di copertura base e senza lussi per un nucleo familiare di quattro persone può oscillare intorno ai 400 dollari, superando i 1.000 dollari mensili quelle che offrono migliori servizi di base. In altre parole: per evitare di cadere in una situazione di povertà, come quella che soffre oltre il 40% della popolazione (secondo statistiche non ufficiali, secondo il governo meno del 30%), una famiglia ha bisogno di un minimo di quattro salari di base.

Un capitolo a parte in questi ultimi due anni è occupato dal disinvestimento nell’istruzione, nella scienza e nella cultura a tutti i livelli. Quest’anno, il Fondo Nazionale per l’Educazione Tecnico Professionale subirà un taglio storico, di circa il 93% rispetto ai fondi impiegati nel 2023 (https://centrocepa.com.ar/informes/729-desfinanciamiento-del-sistema-educativo-el-retroceso-de-la-etp-las-universidades-y-la-cyt).

La brusca caduta del potere d’acquisto dei lavoratori, così come della loro partecipazione al reddito nazionale, fu uno degli obiettivi principali della dittatura degli anni ’70. Nel 1974, questa partecipazione rappresentava il 45% del bilancio nazionale, ma nel 1982, quasi alla fine della dittatura, appena il 22%. Con il kirchnerismo al governo, è arrivato al 51%, e attualmente oscilla intorno al 36%.

Somiglianze tra entrambi i modelli che si esprimono, anche, nella priorità assoluta attribuita al capitale finanziario, nella punizione della produzione nazionale privilegiando l’importazione libera e indiscriminata di prodotti, e nell’esplosione del ciclo di indebitamento (https://ri.conicet.gov.ar/handle/11336/265247).

Inoltre, la politica mileista, che cerca di disciplinare con rigore i sindacati, di sottrarre loro potere dalle loro strutture e di deregolamentare i diritti dei lavoratori, coincide con quella dei dittatori degli anni ’70. Significativamente, due progetti simili benedetti da Washington -attualmente espressi nella subordinazione di Milei alla politica di Trump- e patrocinati dagli organismi finanziari internazionali, in particolare dal Fondo Monetario Internazionale.

Entrambi i progetti –ieri e oggi– fondando le loro politiche di repressione, sebbene con differenze di metodi e livelli di brutalità, su concezioni conservatrici e discorsi “anticomunisti”, sullo smantellamento dello Stato sociale e sull’impero del capitale sopra ogni cosa. Così come in un maggiore controllo della migrazione e di una parte importante dei grandi mezzi di informazione (ieri e oggi) e di attive reti sociali promotrici di fake e bufale (oggi).

Erosione economica senza corrispondenza politica

Secondo un sondaggio di febbraio della consulente Proyección, il 70% degli intervistati ha dichiarato che l’economia continua a essere altrettanto male o peggiore rispetto a dicembre 2025, poco prima dell’arrivo del nuovo governo, a causa dell’”aggiustamento” economico e finanziario introdotto da Milei. Un altro dato cruciale emerso dall’indagine è che il 57% ha ammesso di aver fatto ricorso all’indebitamento per coprire le spese domestiche tramite prestiti tra familiari, carte di credito, portafogli virtuali, crediti bancari o finanziari.

Nonostante il malessere economico, lo scenario elettorale continua a mostrarsi favorevole per il governo. Se oggi ci fossero elezioni nazionali, La Libertad Avanza otterrebbe il 43,6% dei voti, mentre il peronismo/kirchnerismo (impegnato in inspiegabili lotte interne e con l’ex presidente Cristina de Kirchner, proscritta e in prigione) raggiungerebbe il 35,9%. Molto più indietro, altre forze con appena il 3%.

Nonostante l’usura sociale causata dal progetto Milei, queste proiezioni permettono di pensare che, per il momento, l’elettorato non veda un’alternativa di governo e che continui a far pagare un conto molto salato ai due governi precedenti, sia quello neoliberale di Mauricio Macri che quello peronista di Alberto Fernández, per non aver mantenuto le loro promesse di miglioramento sociale (https://www.infoplatense.com.ar/costo-social-del-plan-milei-siete-de-cada-diez-argentinos-dicen-que-su-economia-empeoro/).

Resistenze quotidiane

Quando il 24 marzo si ricorderà l’anniversario del Colpo di Stato civico-militare, importanti settori sociali argentini realizzeranno centinaia di attività pubbliche in tutto il paese: piazze, scuole, università, luoghi della memoria, davanti alle prigioni (come quella di Coronda a Santa Fe). Solo nella Provincia di Santa Fe si svolgono a marzo più di un centinaio di attività in 22 città e paesi.

Ripetendo così una dinamica annuale di particolare rilevanza dal ritorno alla democrazia già incorporata nell’agenda cittadina: le mobilitazioni di massa con concentrazioni principali, ma con atti dispersi in tutto il territorio nazionale. Quest’anno, così come nel 2024 e nel 2025, queste proteste incorporano ai loro assi tradizionali di difesa e promozione della Memoria, Verità e Giustizia, la denuncia delle politiche negazioniste e di aggressione frontale del Governo Milei contro i diritti umani.

La lotta tra ampi settori sociali e il Governo è stata una costante in questi ultimi 27 mesi. Di essa parlano non solo i quattro scioperi nazionali convocati in questo periodo, ma anche le centinaia di conflitti grandi, medi o piccoli contro le politiche antisociali del governo. Le manifestazioni e le proteste delle donne, delle femministe e della diversità, sempre più partecipate. Così come migliaia di piccoli gesti e iniziative locali di resistenza che fanno dell’Argentina un paese in costante ebollizione. Che si confronta con un modello sempre più sofisticato ed espanso di repressione, l’altra faccia della strategia della destra al potere.

Secondo un rapporto della Commissione Provinciale per la Memoria, organismo che fa parte del Sistema Nazionale di Prevenzione della Tortura, durante il secondo anno del governo Milei la repressione contro la protesta sociale è raddoppiata rispetto all’anno precedente. È aumentato anche il numero di arrestati e feriti (https://eldebate.com.ar/milei-reprimio-casi-la-mitad-de-las-manifestaciones-del-2025-segun-la-comision-provincial-por-la-memoria/).

Emblematica fu, per esempio, la manifestazione per la Giornata Internazionale della Donna che in Argentina è stata convocata lunedì 9 marzo con decine di migliaia di persone in strada. La protesta è stata talmente ampia che gli stessi media conservatori hanno dovuto riconoscere che i manifestanti “riempirono la Plaza de Mayo” di fronte alla Casa de Gobierno, a Buenos Aires. Il quotidiano progressista argentino Página 12 in prima pagina della sua edizione del 10 marzo titolava: “La marea ritorna.” “Unire le lotte contro il FMI e Milei” è stato lo slogan che ha sollevato una moltitudine, “convinta che i femminismi siano oggi una delle principali forze della resistenza”. Le partecipanti “hanno chiamato a combattere un governo che nega la figura del femminicidio e smantella tutti gli strumenti per prevenirlo”.

Fonte: Argentina 1976-2026, a 50 anni dal Colpo di Stato: il progetto di Milei riattualizza gli anni bui della dittatura | World Politics Blog