Bulgaria: all’insegna dell’euroscetticismo, la vittoria di Radev pone fine alla lunga crisi politica

La netta affermazione elettorale di Rumen Radev alle legislative del 19 aprile segna una rottura storica nel sistema politico bulgaro. Tra euroscetticismo, apertura verso Mosca e crisi dei partiti tradizionali, il paese entra in una nuova fase caratterizzata da potenziali ridefinizioni strategiche.

Le elezioni legislative del 19 aprile in Bulgaria rappresentano uno spartiacque nella storia politica recente del paese balcanico. La netta vittoria dell’ex presidente Rumen Radev, alla guida di una nuova formazione di sinistra euroscettica, Bulgaria Progressista (Progresivna Bŭlgariya, PB), segna la fine di un ciclo politico caratterizzato da instabilità cronica, governi effimeri e una crescente distanza tra istituzioni e società. Dopo anni di paralisi, sette elezioni in quattro anni e una crisi di rappresentanza sempre più evidente, il risultato elettorale apre la prospettiva di una ricomposizione del sistema, ma anche di un possibile conflitto con le istituzioni europee.

La Bulgaria giungeva a questo appuntamento elettorale dopo un biennio estremamente turbolento. La caduta del governo guidato da Rosen Željazkov nel dicembre 2025, sotto la pressione di proteste popolari contro corruzione e politiche economiche percepite come penalizzanti per le classi popolari, aveva lasciato il paese in una situazione di transizione permanente. L’ingresso nella Zona euro, formalizzato il 1º gennaio 2026, non aveva contribuito a stabilizzare il quadro, anzi aveva accentuato le divisioni sociali e politiche, rafforzando il sentimento euroscettico in ampie fasce della popolazione.

In questo contesto, si comprendono meglio le dinamiche che hanno portato all’ascesa di Radev. Già figura di riferimento della politica bulgara come presidente della Repubblica (2017-2026), egli ha saputo capitalizzare il malcontento diffuso, proponendosi come interprete di una linea politica che combina elementi di sinistra sociale con una critica decisa all’integrazione europea così come è stata implementata negli ultimi anni. La sua nuova formazione si è presentata come alternativa sia al blocco liberal-europeista sia alle destre nazionaliste, occupando uno spazio politico che in Bulgaria era rimasto frammentato e privo di una guida unitaria.

La vittoria di Radev, che ha raggiunto la maggioranza assoluta con 131 seggi conquistati sui 240 che compongono l’emiciclo di Sofia e il 43,91% dei consensi popolari, non è soltanto numerica, ma anche simbolica. Essa rappresenta la riaffermazione di una domanda di sovranità politica ed economica che si era manifestata nelle piazze già nei mesi precedenti. Il tema dell’euro, in particolare, ha giocato un ruolo cruciale nella campagna elettorale. Nonostante l’adozione della moneta unica fosse ormai un fatto compiuto, Radev ha costruito una narrazione politica incentrata sulla necessità di difendere gli interessi nazionali all’interno dell’Unione europea, denunciando i rischi di perdita di controllo sulle politiche economiche e sociali.

Questo approccio si collega anche alla sua postura in politica estera. Radev ha mantenuto negli anni una linea più aperta al dialogo con la Russia rispetto alla media dei leader europei, posizione che gli ha attirato critiche ma anche consensi in un paese storicamente legato a Mosca da relazioni culturali, energetiche e geopolitiche. La sua vittoria elettorale, dunque, non può essere letta soltanto in chiave interna, ma si inserisce in un più ampio riassestamento degli equilibri regionali, in cui la Bulgaria potrebbe cercare di ritagliarsi un ruolo più autonomo.

Tra le altre forze politiche di sinistra, uno degli effetti più rilevanti del voto del 19 aprile è stato il crollo del Partito Socialista Bulgaro (Bălgarska Socialističeska Partija, BSP). Presentatosi in una coalizione con altre forze minori, il BSP, che per decenni ha rappresentato il principale riferimento della sinistra nel paese, ha subito una sconfitta storica, perdendo tutta la propria rappresentanza parlamentare. Questa débâcle è il risultato di una crisi identitaria che si trascinava da tempo. Nel tentativo di accreditarsi come forza di governo responsabile e affidabile agli occhi delle istituzioni europee, il BSP aveva progressivamente abbandonato le proprie posizioni critiche verso l’integrazione europea, finendo per apparire indistinguibile dai partiti centristi, motivo per il quale l’elettorato ha deciso di abbandonarlo a favore del partito Bulgaria Progressista di Radev.

La scelta di sostenere l’ingresso nella Zona euro senza richiedere un referendum popolare si è rivelata particolarmente costosa sul piano elettorale. In un contesto di crescente sfiducia verso le élite politiche, questa posizione è stata percepita da molti elettori come una rinuncia alla difesa degli interessi nazionali. Radev, al contrario, ha saputo intercettare questo sentimento, proponendo una linea più assertiva e critica, pur senza scivolare apertamente in posizioni antieuropeiste radicali.

Per quanto riguarda la composizione del resto del parlamento di Sofia, l’opposizione al governo Radev sarà composta da quattro partiti che vanno dal centro alla destra estrema. In particolare, la coalizione di centro destra che fa capo all’ex primo ministro Bojko Borisov e al suo partito GERB (Graždani za evropejsko razvitie na Bălgarija, ovvero Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) ha subito un netto calo di preferenze, ma resta la principale forza di opposizione con il 13,18% dei consensi e 39 deputati; al terzo posto troviamo la formazione liberale Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica (Prodŭlzhavame promyanata – Demokratichna Bŭlgariya, PP-DB), che resta stabile con il 12,42% e 37 seggi; segue il Movimento per i Diritti e le Libertà (Dviženie za Prava i Svobodi, DPS), che rappresenta la minoranza turca, presente in parlamento con 21 rappresentanti (7,01%); infine, nonostante la perdita di due terzi dei propri deputati, resta in parlamento la formazione di estrema destra Rinascita (Văzraždane), con 12 scranni ed una percentuale che supera di poco la soglia di sbarramento del 4%.

La reazione delle istituzioni europee alla vittoria di Radev è stata, come prevedibile, prudente ma carica di preoccupazione. A Bruxelles, il risultato elettorale è stato letto come un segnale di possibile disallineamento della Bulgaria rispetto alle politiche comunitarie, soprattutto in un momento in cui l’Unione Europea è impegnata a rafforzare la propria coesione interna di fronte a sfide geopolitiche crescenti. Il fatto che pochi giorni prima gli ambienti europei avessero accolto con favore la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria rende ancora più evidente il contrasto: mentre Budapest veniva percepita come un caso problematico da “normalizzare”, Sofia rischia ora di emergere come un nuovo polo di resistenza alle dinamiche tecnocratiche dell’Unione.

Sul piano interno, la sfida principale per Radev sarà quella di trasformare la vittoria elettorale in una stabilità duratura. La storia recente della Bulgaria insegna che il consenso può essere volatile e che le coalizioni possono sgretolarsi rapidamente. Tuttavia, il mandato ricevuto appare sufficientemente ampio da consentire al nuovo governo di avviare un programma di riforme, a patto di mantenere un equilibrio tra le diverse anime della sua base elettorale.

In definitiva, le elezioni del 19 aprile rappresentano un momento di svolta per la Bulgaria. La vittoria di Rumen Radev apre la possibilità di una stabilizzazione del sistema politico, ma al tempo stesso introduce nuovi elementi di incertezza sul piano europeo e internazionale. Il crollo del Partito Socialista Bulgaro segna la fine di un’epoca e pone le basi per una ridefinizione della sinistra, mentre il rapporto con Bruxelles entra in una fase più complessa e potenzialmente conflittuale. In questo contesto, la Bulgaria dovrà tentare di consolidare una nuova traiettoria politica capace di coniugare sovranità e integrazione, al fine di evitare di scivolare nuovamente in una spirale di instabilità e polarizzazione.

fonte: Bulgaria: all’insegna dell’euroscetticismo, la vittoria di Radev pone fine alla lunga crisi politica – Marx21

di Giulio Chinappi

da https://giuliochinappi.com

La Russia consegna a Cuba un donativo di medicinali

Presso la sede dell’Ambasciata di Russia a Cuba si è svolta questo venerdì una cerimonia per consegnare al governo cubano un carico umanitario preparato dal governo regionale di San Pietroburgo, consistente in un lotto di medicinali destinati agli ospedali e alle cliniche dell’isola.

L’atto è stato presieduto dall’ambasciatore russo, Viktor Koronelli, che ha consegnato personalmente i farmaci al ministro della Salute Pubblica di Cuba, José Ángel Portal Miranda.

Durante la cerimonia, il diplomatico russo ha sottolineato che questa donazione va oltre il carattere assistenziale. «La donazione di questo lotto di medicinali non è semplicemente un atto di aiuto umanitario, ma una chiara dimostrazione dei profondi e storici legami di amicizia che uniscono i nostri popoli», ha affermato Koronelli.

L’ambasciatore ha inoltre collegato le attuali difficoltà della nazione caraibica al blocco economico imposto dagli Stati Uniti. «Vorrei sottolineare che la difficile situazione attuale che il popolo cubano affronta è, in larga misura, conseguenza del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Questa politica ingiusta colpisce non solo l’economia di Cuba, ma soprattutto la salute e il benessere dei suoi cittadini», ha dichiarato. Allo stesso tempo, ha ribadito l’opposizione della Russia «a qualsiasi forma di pressione» e ha difeso il diritto di tutti i Paesi a scegliere «liberamente il proprio cammino di sviluppo».

Da parte sua, il ministro José Ángel Portal Miranda ha ringraziato il governatore di San Pietroburgo, Aleksandr Beglov, il governo e i residenti di quella città russa per il gesto di solidarietà, e ha sottolineato l’importanza dell’aiuto data la complessa situazione che l’isola sta attraversando.

La nota ufficiale dell’Ambasciata russa si conclude segnalando che, con questa consegna, si desidera esprimere solidarietà, sostegno e fiducia nel fatto che entrambi i popoli possano superare qualsiasi difficoltà, e che questo aiuto contribuirà a coprire parte delle necessità del sistema sanitario cubano, come «simbolo dell’amicizia incrollabile tra i nostri Paesi».

Fonte :La Russia consegna a Cuba un donativo di medicinali | World Politics Blog

Guerre di religione

Questa settimana ha fatto scalpore l’attacco di Donald Trump al Papa, accusato di essere un debole, di aver condannato le operazioni militari promosse dagli Stati Uniti in Venezuela e Iran, e perfino di essere un pacifista di sinistra (il peggio del peggio). Nel suo ruolo, Papa Leone XIV ha fatto onore al nome che si è scelto, difendendo la pace senza compromessi e condannando i guerrafondai. Nonostante un temperamento più mite del suo predecessore, Robert F. Prevost ha rovesciato i pronostici della vigilia, mantenendosi coerente con il magistero della Chiesa da cent’anni in qua.

L’attacco al Papa ha diviso i conservatori: perfino Giorgia Meloni, dopo un’iniziale titubanza, ha dovuto prendere le distanze dall’amico MAGA. La mossa di Trump è rischiosa, perché si gioca il voto cattolico nelle elezioni di metà mandato; d’altronde, è possibile descrivere Trump come un improbabile campione del pensiero laico e razionalista, avversario di ogni ingerenza clericale nella sfera della politica?

La sbronza di geopolitica al principio della guerra russo-ucraina ha svalutato letture dei conflitti planetari in atto altrettanto interessanti. In particolare, tutti i conflitti al confine tra Europa ed Asia – in Donbass, a Gaza, in Siria, in Libano, in Iran – si prestano a una evidente lettura religiosa. La geografia antropica ed economica ci interessa solo in quanto è una delle forme concrete che articolano la nozione astratta di “potere”; la religione non lo è certo di meno.

Per esempio, a guerra in Ucraina può essere interpretata come l’ultimo atto di uno scisma: quello tra il patriarcato di Costantinopoli e di Mosca. I prodromi risalgono al 1996, in seguito all’indipendenza delle repubbliche baltiche. Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo II, promosse un esproprio delle parrocchie del patriarcato Russo per affidarle a un primate canadese, aprendo un conflitto con il patriarca di Mosca, che all’epoca era Alessio II. Similmente, nel 2018, lo stesso Bartolomeo II appoggiò l’allora premier ucraino Petro Porošenko, che ambiva a creare una chiesa ucraina nazionale autocefala, indipendente da Mosca. Nel frattempo, Kirill (Cirillo) era divenuto il nuovo patriarca di Mosca. Kirill è stato accusato di ogni infamia: nazionalismo, comunismo, ateismo, putinismo, e anche di essere un ex agente del KGB. Tuttavia, il fatto che i patriarchi cambino mentre i conflitti rimangono i medesimi, dimostra che questi in realtà hanno radici più profonde, irriducibili alla biografia dei primati.

Sulle componenti religiose del conflitto tra Israele e Gaza potrei candidamente sorvolare. Scoprirebbe l’acqua calda chiunque facesse notare che governo israeliano comprende diverse formazioni politico-religiose, che entrano ed escono a fasi alterne. D’altra parte, nella storia islamica non è raro che i movimenti di riforma politica assumano la forma dell’ortodossia religiosa. Il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, ne era anche la guida spirituale. Hamas si richiama al fondamentalismo sunnita; Hezbollah, nel vicino libano, è un movimento sciita, appoggiato dall’Iran.

Sappiamo bene che la guida suprema iraniana è una figura giuridica e religiosa. Lo era Ali Khamenei, assassinato dagli americani: per fare un paragone, è come se Trump facesse eliminare Papa Prevost dalla CIA. L’omicidio di Khamenei non sembra una mossa particolarmente brillante, dato che ha confermato in pieno la lettura ideologica delle relazioni internazionali promossa dalle autorità iraniane. Trump si è imbarcato in un conflitto avventurista: sperava in un veloce cambio di regime, come in Venezuela; ha trovato un avversario che per decenni si è preparato al confronto. Inoltre, Trump ha privato l’opposizione iraniana di qualsivoglia argomento: dal punto di vista della mobilitazione politica, l’esigenza di difendere il proprio Paese prevale su quella di mutarne la forma di governo. È incredibile che tanta parte dell’opinione pubblica occidentale creda ancora nell’esportazione violenta della democrazia. La paura spinge a mettere da parte i dissensi: così come le suffragette fecero pace con Lloyd George allo scoppio del primo conflitto mondiale, anche la paura dei caccia americani ha messo d’accordo “liberali” e prelati iraniani.

Tra le forme religiose che articolano il conflitto di potere nella nostra cultura, Trump ha il discutibile merito di aver riattivato quella tra cattolici e protestanti. Nella sua base elettorale, hanno un gran peso  entrambe le componenti. Tuttavia, dai tempi di Lutero, il protestantesimo ha fatto proprio un atteggiamento cesaropapista: cuius regio, eius religio. Ecco perché un palese anticristo come Donald Trump è oggi il vero capo dei protestanti statunitensi, sia pure con eccezioni importanti. Al contrario, i cattolici, per definizione, sono liberi di non credere a nulla e nessuno, purché riconoscano l’autorità morale del Papa.

L’aspetto religioso dei conflitti in corso invita a considerare questi ultimi in un’ottica prospettivista: affiancare diverse letture allo scopo di svelarne aspetti ed ambiti cruciali  per l’identità dell’opinione pubblica e il rapporto tra culture. Basta un raggio di luce, e l’autoritratto laicista autocompiaciuto della società attuale si trasforma miracolosamente in un santino.

Fonte di: Francesco Galofaro, Università IULM. Guerre di religione. Editoriale – Marx21