Guerre di religione

Questa settimana ha fatto scalpore l’attacco di Donald Trump al Papa, accusato di essere un debole, di aver condannato le operazioni militari promosse dagli Stati Uniti in Venezuela e Iran, e perfino di essere un pacifista di sinistra (il peggio del peggio). Nel suo ruolo, Papa Leone XIV ha fatto onore al nome che si è scelto, difendendo la pace senza compromessi e condannando i guerrafondai. Nonostante un temperamento più mite del suo predecessore, Robert F. Prevost ha rovesciato i pronostici della vigilia, mantenendosi coerente con il magistero della Chiesa da cent’anni in qua.

L’attacco al Papa ha diviso i conservatori: perfino Giorgia Meloni, dopo un’iniziale titubanza, ha dovuto prendere le distanze dall’amico MAGA. La mossa di Trump è rischiosa, perché si gioca il voto cattolico nelle elezioni di metà mandato; d’altronde, è possibile descrivere Trump come un improbabile campione del pensiero laico e razionalista, avversario di ogni ingerenza clericale nella sfera della politica?

La sbronza di geopolitica al principio della guerra russo-ucraina ha svalutato letture dei conflitti planetari in atto altrettanto interessanti. In particolare, tutti i conflitti al confine tra Europa ed Asia – in Donbass, a Gaza, in Siria, in Libano, in Iran – si prestano a una evidente lettura religiosa. La geografia antropica ed economica ci interessa solo in quanto è una delle forme concrete che articolano la nozione astratta di “potere”; la religione non lo è certo di meno.

Per esempio, a guerra in Ucraina può essere interpretata come l’ultimo atto di uno scisma: quello tra il patriarcato di Costantinopoli e di Mosca. I prodromi risalgono al 1996, in seguito all’indipendenza delle repubbliche baltiche. Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo II, promosse un esproprio delle parrocchie del patriarcato Russo per affidarle a un primate canadese, aprendo un conflitto con il patriarca di Mosca, che all’epoca era Alessio II. Similmente, nel 2018, lo stesso Bartolomeo II appoggiò l’allora premier ucraino Petro Porošenko, che ambiva a creare una chiesa ucraina nazionale autocefala, indipendente da Mosca. Nel frattempo, Kirill (Cirillo) era divenuto il nuovo patriarca di Mosca. Kirill è stato accusato di ogni infamia: nazionalismo, comunismo, ateismo, putinismo, e anche di essere un ex agente del KGB. Tuttavia, il fatto che i patriarchi cambino mentre i conflitti rimangono i medesimi, dimostra che questi in realtà hanno radici più profonde, irriducibili alla biografia dei primati.

Sulle componenti religiose del conflitto tra Israele e Gaza potrei candidamente sorvolare. Scoprirebbe l’acqua calda chiunque facesse notare che governo israeliano comprende diverse formazioni politico-religiose, che entrano ed escono a fasi alterne. D’altra parte, nella storia islamica non è raro che i movimenti di riforma politica assumano la forma dell’ortodossia religiosa. Il fondatore di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, ne era anche la guida spirituale. Hamas si richiama al fondamentalismo sunnita; Hezbollah, nel vicino libano, è un movimento sciita, appoggiato dall’Iran.

Sappiamo bene che la guida suprema iraniana è una figura giuridica e religiosa. Lo era Ali Khamenei, assassinato dagli americani: per fare un paragone, è come se Trump facesse eliminare Papa Prevost dalla CIA. L’omicidio di Khamenei non sembra una mossa particolarmente brillante, dato che ha confermato in pieno la lettura ideologica delle relazioni internazionali promossa dalle autorità iraniane. Trump si è imbarcato in un conflitto avventurista: sperava in un veloce cambio di regime, come in Venezuela; ha trovato un avversario che per decenni si è preparato al confronto. Inoltre, Trump ha privato l’opposizione iraniana di qualsivoglia argomento: dal punto di vista della mobilitazione politica, l’esigenza di difendere il proprio Paese prevale su quella di mutarne la forma di governo. È incredibile che tanta parte dell’opinione pubblica occidentale creda ancora nell’esportazione violenta della democrazia. La paura spinge a mettere da parte i dissensi: così come le suffragette fecero pace con Lloyd George allo scoppio del primo conflitto mondiale, anche la paura dei caccia americani ha messo d’accordo “liberali” e prelati iraniani.

Tra le forme religiose che articolano il conflitto di potere nella nostra cultura, Trump ha il discutibile merito di aver riattivato quella tra cattolici e protestanti. Nella sua base elettorale, hanno un gran peso  entrambe le componenti. Tuttavia, dai tempi di Lutero, il protestantesimo ha fatto proprio un atteggiamento cesaropapista: cuius regio, eius religio. Ecco perché un palese anticristo come Donald Trump è oggi il vero capo dei protestanti statunitensi, sia pure con eccezioni importanti. Al contrario, i cattolici, per definizione, sono liberi di non credere a nulla e nessuno, purché riconoscano l’autorità morale del Papa.

L’aspetto religioso dei conflitti in corso invita a considerare questi ultimi in un’ottica prospettivista: affiancare diverse letture allo scopo di svelarne aspetti ed ambiti cruciali  per l’identità dell’opinione pubblica e il rapporto tra culture. Basta un raggio di luce, e l’autoritratto laicista autocompiaciuto della società attuale si trasforma miracolosamente in un santino.

Fonte di: Francesco Galofaro, Università IULM. Guerre di religione. Editoriale – Marx21