La RPDC denuncia la vendita di armamenti statunitensi alla Repubblica di Corea

Il Ministero degli Esteri della RPDC condanna l’approvazione statunitense della vendita di nuovi missili aria-aria e altri equipaggiamenti militari alla Repubblica di Corea, denunciando l’accelerazione del riarmo regionale e riaffermando il rafforzamento della propria deterrenza di autodifesa.

Pyongyang, 13 giugno (KCNA) — Sabato, il capo dell’Ufficio di Politica Estera del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha dato la seguente risposta a una richiesta scritta della KCNA di commentare l’approvazione, da parte degli Stati Uniti, della vendita di missili aria-aria di ultima generazione e di equipaggiamenti connessi alla Repubblica di Corea:

Nonostante la ragionevole preoccupazione della comunità internazionale, gli Stati Uniti e la Repubblica di Corea stanno sistematicamente rafforzando la loro collusione e i loro legami militari, spingendo le tensioni nella penisola coreana e nelle sue vicinanze fino a un livello estremo.

Ne è un tipico esempio il fatto che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti abbia approvato la vendita di missili aria-aria di ultima generazione e di equipaggiamenti connessi, per un valore di quasi 300 milioni di dollari statunitensi, alla Repubblica di Corea attraverso il programma “Foreign Military Sales”.

In precedenza, l’amministrazione statunitense aveva approvato, in meno di un mese, la vendita di elicotteri di nuovo tipo per operazioni navali, elicotteri d’attacco, bombe a guida di precisione e altro hardware militare per un valore di miliardi di dollari statunitensi, rivelando in modo ancora più aperto la propria intenzione di accrescere il potenziale militare della Repubblica di Corea e di spingerla così verso l’avamposto avanzato dell’intensificazione del confronto con i Paesi della regione.

Questa è soltanto una parte del tentativo strategico degli Stati Uniti di fornire alla Repubblica di Corea vari tipi di armi e hardware militare per un valore di 25 miliardi di dollari statunitensi entro il 2030, incitandola così al confronto militare con la RPDC e con altri Paesi della regione.

Il Ministero degli Esteri della RPDC denuncia con forza gli Stati Uniti e la Repubblica di Corea per la rapida accelerazione del rafforzamento degli armamenti in una direzione estremamente preoccupante, volta a distruggere l’equilibrio militare nella penisola coreana e a minacciare l’ambiente di sicurezza regionale, mettendo in guardia dalle gravi conseguenze che ne deriveranno.

L’esportazione statunitense di armi non significa altro che esportazione della guerra, e l’introduzione di armi di fabbricazione statunitense equivale quasi all’accumulo di tensione e confronto.

Nel solo anno fiscale 2025, il volume delle esportazioni di armi autorizzate dall’amministrazione statunitense attraverso il programma “FMS” e la modalità di vendita commerciale diretta ha raggiunto oltre 330 miliardi di dollari statunitensi, mentre il numero delle transazioni di armamenti approvate tramite il programma “FMS” ha superato le 16.000.

La massiccia fornitura di armi da parte degli Stati Uniti alla Repubblica di Corea, al Giappone e a Taiwan è la causa profonda dell’aggravarsi della tensione militare nella regione Asia-Pacifico, inclusi la penisola coreana e lo Stretto di Taiwan, e la sua portata si sta espandendo a livello mondiale, preannunciando una prospettiva instabile per la pace globale.

La cospirazione militare Stati Uniti-Repubblica di Corea, che si aggrava gradualmente, e il rafforzamento degli armamenti di carattere collettivo guidato dagli Stati Uniti suscitano la dovuta vigilanza e consapevolezza tra i Paesi della regione e costituiscono una ragione sufficiente per rafforzare le corrispondenti misure difensive.

Chiara è la posizione della RPDC: rimuovere le nuove minacce e mantenere l’equilibrio di forza nella regione aggiornando e rafforzando costantemente il proprio deterrente di autodifesa per far fronte al provocatorio rafforzamento degli armamenti degli Stati Uniti e dei loro alleati. Anche in futuro, la RPDC raddoppierà i propri sforzi responsabili per difendere la pace e la sicurezza nella penisola coreana e nella regione.

Fonte: https://www.marx21.it/internazionale/la-rpdc-denuncia-la-vendita-di-armamenti-statunitensi-alla-repubblica-di-corea/

Cuba resiste: contro il silenzio complice e l’aggressione imperialista

Marx21 sta dedicando ampio spazio a ciò che, nel silenzio pressoché totale dell’informazione mainstream, sta avvenendo a Cuba. Ed è un silenzio che pesa, perché ciò che si consuma oggi sull’isola non riguarda soltanto il destino di un popolo, ma chiama in causa il diritto stesso delle nazioni a scegliere autonomamente il proprio cammino, senza piegarsi ai diktat dell’imperialismo.

Dal 1959, questa piccola isola a poche miglia dalle coste della più potente potenza militare del pianeta continua a resistere. Cuba resiste da oltre sessant’anni a un assedio economico, politico e diplomatico che nessun altro Paese al mondo avrebbe probabilmente potuto sopportare senza soccombere. Eppure resiste. Questa resistenza non rappresenta soltanto la difesa della dignità, della sovranità e dell’autodeterminazione del popolo cubano: essa continua a costituire un esempio per tutti gli sfruttati, per tutti coloro che nel mondo lottano contro l’oppressione, contro il dominio economico e contro la subordinazione ai grandi interessi internazionali.

In tutti questi decenni Cuba è stata un punto di riferimento per i popoli in lotta: dal Nicaragua sandinista al Venezuela bolivariano, passando per le esperienze progressiste dell’America Latina, l’isola ha rappresentato la dimostrazione concreta che un’alternativa all’ordine imposto da Washington è possibile. Non un modello perfetto — nessun processo storico lo è — ma una testimonianza viva della possibilità di sottrarsi alla logica della dipendenza e dello sfruttamento.

Il silenzio rispetto a ciò che sta avvenendo oggi a Cuba è complice, perché contribuisce a nascondere una delle operazioni più ciniche e infami della politica estera statunitense. Il copione, del resto, non è nuovo. Lo abbiamo visto ripetersi in diversi contesti internazionali come quello iraniano: si strangola economicamente un Paese, lo si isola, lo si priva dell’accesso ai beni essenziali, si esasperano artificialmente le contraddizioni interne e si spinge la popolazione verso condizioni di esasperazione sociale. Nel caso cubano, l’embargo — che da decenni colpisce indiscriminatamente l’intera popolazione — assume oggi forme ancora più aggressive, aggravando la carenza di medicinali, carburante, energia e beni di prima necessità.

A quel punto, coloro che hanno contribuito a generare la crisi si presentano come improvvisi difensori dei diritti umani e della democrazia. La narrazione dominante diventa semplice e rassicurante: la colpa è soltanto della “dittatura”, il contesto internazionale scompare, il blocco economico viene rimosso dal discorso pubblico e ogni responsabilità esterna viene cancellata. Si costruiscono così le premesse ideologiche per giustificare nuove ingerenze, nuove destabilizzazioni, nuovi “interventi umanitari”, che troppo spesso nella storia recente hanno significato guerra, devastazione e morte.

La politica trumpiana verso Cuba appare, in questo quadro, estremamente chiara. In un momento di difficoltà sul piano del consenso interno e in vista di delicate scadenze elettorali, Donald Trump sembra voler offrire alla propria base politica un risultato simbolico, un trofeo geopolitico da esibire. L’obiettivo sarebbe quello di presentarsi come il presidente che ha portato la “libertà” a Cuba — naturalmente una libertà intesa secondo gli interessi e i parametri di Washington, cioè subordinazione economica, apertura incontrollata ai capitali internazionali e restaurazione dell’egemonia statunitense nel proprio storico “cortile di casa”.

Se il metodo ricorda quello sperimentato in Iran, anche le conseguenze potrebbero essere le stesse. L’informazione italiana, come spesso accade, continua a leggere la complessità del mondo attraverso categorie infantili e semplificate: da una parte il bene, dall’altra il male; da una parte le democrazie, dall’altra le “feroci dittature”. In questo schema ideologico basta alimentare proteste, fomentare tensioni, sostenere destabilizzazioni per rendere legittimo qualsiasi intervento. Se nel frattempo vengono colpite infrastrutture civili(come la scuola colpita in Iran) e a pagarne il prezzo sono le popolazioni, tutto viene archiviato sotto la categoria cinica degli “effetti collaterali”.

Eppure il popolo cubano, anche nei momenti più difficili, ha dimostrato più volte da che parte stare. Dopo gli ultimi attacchi politici e giudiziari contro Raùl Castro, il popolo cubano ha continuato a rivendicare il diritto alla propria sovranità nazionale, respingendo il tentativo di trasformare l’isola in un laboratorio dell’ennesimo cambio di regime pilotato dall’esterno.

Un eventuale intervento statunitense non significherebbe soltanto l’apertura di un nuovo fronte di conflitto internazionale: significherebbe il rischio concreto di trascinare ancora una volta un intero popolo nel caos, nella destabilizzazione permanente, nella perdita delle proprie conquiste sociali e della propria indipendenza politica. La storia degli ultimi decenni — dall’Iraq alla Libia — dovrebbe aver insegnato qualcosa a chi continua a parlare di guerre umanitarie con scandalosa leggerezza.

La dignità del popolo cubano non è disponibile per i calcoli elettorali di Washington, né può essere sacrificata sull’altare degli interessi geopolitici di una potenza in cerca di nuovi nemici da abbattere. Difendere Cuba oggi non significa aderire acriticamente a ogni scelta del suo governo; significa difendere un principio fondamentale: il diritto dei popoli all’autodeterminazione, il rifiuto dell’aggressione imperialista e la convinzione che nessuna nazione debba essere affamata, strangolata economicamente o minacciata militarmente per essersi sottratta all’ordine imposto dai potenti.

Per questo rompere il silenzio non è soltanto un dovere politico: è una necessità morale. Perché quando un popolo viene colpito dall’assedio, l’indifferenza non è neutralità. L’indifferenza è complicità.

di Marco Pondrelli

Fonte:Cuba resiste: contro il silenzio complice e l’aggressione imperialista: Editoriale – Marx21