Gli scienziati avvertono: sono a rischio le foreste primarie

ForestaUn nuovo studio condotto da un team internazionale di scienziati ha avvertito che solo il cinque per cento della copertura forestale primaria mondiale è posta sotto protezione.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Conservation Letters, sottolinea lo stato precario delle foreste primarie, e l’importanza di una efficace protezione di queste aree.

“I negoziati internazionali non riescono a fermare la perdita delle più importanti foreste primarie del pianeta. In mancanza specifiche politiche di protezione delle foreste primarie nei trattati internazionali sulla biodiversità e sul cambiamento climatico, queste foreste continueranno a perdere i loro valori di biodiversità e i servizi ecosistemici, sia nei sviluppati che nei paesi in via di sviluppo”, ha avvertito Brendan Mackey, direttore del Climate Change Response Program presso la Griffith University di Queensland, in Australia.

Secondo lo studio, le foreste primarie ospitano una straordinaria ricchezza di biodiversità e circa il 57 per cento di tutte le specie delle foreste tropicali dipendono da habitat di foresta primaria.

I ricercatori hanno analizzato le foreste primarie in tutto il mondo e ha scoperto che quasi il 98 per cento delle foreste primarie si trova in appena di 25 paesi. E circa la metà di queste foreste è situata in cinque paesi sviluppati: Stati Uniti, Canada, Russia, Australia e Nuova Zelanda.

I ricercatori avvertono dell’utenza di politiche atte a ridurre la pressione allo sfruttamento industriale delle foreste primarie.

Gli scienziati hanno anche identificato alcune nuove azioni che dovrebbero informare una efficace policy per i negoziati internazionali:

  • il riconoscimento foreste primarie valore globale nell’ambito dei negoziati internazionali e non esclusivamente come un problema dei paesi in via di sviluppo,
  • integrare le foreste primarie nella contabilità ambientale,
  • contabilizzare il contributo delle foreste primarie in termini di servizi ecosistemici (comprese le acque dolci e servizi di spartiacque),
  • adottare una definizione scientificamente corretta per distinguere foreste primarie.

Fonte: salvaleforeste.it

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Secondo Ban Ki Moon gli Usa non sono autorizzati a bombardare la Siria

Barak Obama - Ban Ki Moon - SiriaPochi giorni or sono, il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon ha dovuto ricordare agli americani che un bombardamento effettuato su suolo siriano senza la richiesta del governo locale o una decisione preventiva del Consiglio di Sicurezza avrebbe violato il diritto internazionale.

Potrebbe suonare strano che fosse necessario ricordarlo proprio a coloro che avevano invocato tale violazione nel momento dell’annessione della Crimea alla Russia ma, se si pensa a quante volte gli americani hanno applicato un “doppio standard”, lo stupore è fuori luogo.

La vera stranezza sta piuttosto nel contesto in cui tale azione avviene.

È comprensibile che, se si vuole veramente neutralizzare i terroristi dell’ISIS in Iraq, occorre anche colpirli nelle loro roccaforti in Siria. Quel che è difficilmente spiegabile secondo una logica elementare è il farlo dichiarando che il nemico principale resta il regime di Assad. Ad un qualunque osservatore risulta evidente che attaccando i più feroci nemici del regime siriano si favorisce quest’ultimo e sembra del tutto irrazionale che gli americani affermino di voler, contemporaneamente, aiutare gli altri gruppi, quelli moderati, in guerra contro il governo ufficiale di Damasco.

Costoro saranno destinatari di nuove armi e di nuova formazione militare ma il recente passato ci insegna che è proprio da questi ultimi, volenti o nolenti, che i fondamentalisti hanno ricavato una gran parte delle armi occidentali che sono loro servite per dare l’attacco all’esercito iracheno. Non solo, è notizia di questi giorni che molti dei gruppi cosiddetti “moderati” abbiano concordato con lo Stato Islamico un reciproco cessate il fuoco in base al quale si impegnano, su tutto il territorio siriano, a nessuna azione di guerra “fratricida”.

Il risultato è dunque assurdo: si bombarda un gruppo nemico e si arma invece chi gli e’ formalmente alleato.

Il pasticcio ha una duplice ragione: da un lato per ottenere il supporto di Arabia Saudita e altri Paesi arabi sunniti, gli americani devono dimostrare che, Stato Islamico o meno, Assad rimane il nemico ed i gruppi di guerriglieri che fanno riferimento proprio a quegli stati arabi restano, al contrario, amici. Dall’altro, ottenere il consenso preventivo del Governo siriano ai bombardamenti significherebbe riconoscerlo come interlocutore e potenziale alleato ma, soprattutto dover negoziare con i suoi due principali supporter: Iran e Russia. L’Iran metterebbe sul piatto la trattativa sul nucleare che stenta ad indirizzarsi verso una positiva soluzione e la Russia imporrebbe il ridimensionamento delle ambizioni americane sull’Ucraina.

A complicare il tutto, la posizione turca che rifiuta di appoggiare le azioni americane contro l’Isis sia per la paura di ritorsioni sul proprio territorio da parte di quest’ultimo (l’esempio di cosa successo in Pakistan è ben presente) sia perché, dopo aver varcato il proprio Rubicone nelle relazioni con Damasco, teme che, in un modo o nell’altro, Assad possa rafforzarsi e vanificare le pretese egemoniche di Ankara sul Paese confinante e di conseguenza sull’area.

Alla fine ne esce il panorama surreale dove resta complicato essere certi su chi sta con chi e quale sia il risultato finale a cui si punti. Aggiungiamo pure che i bombardamenti, da soli, non possono certo diventare risolutivi per una sconfitta definitiva dei terroristi e, prima o poi, un intervento di terra si renderà necessario anche se, pure in quel caso, non è chiaro chi lo farà e dove.

Fonte: La Voce della Russia

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Pechino invita l’Europa a non mettere zizzania tra la Cina e la Russia

Russia Cina e UELa Cina ha annunciato le visite del Premier del Consiglio di Stato Li Kequiang in Germania e in Italia e nello stesso tempo ha ammonito l’Europa dell’assenza di prospettive di nuovi tentativi di mettere discordia tra la Cina e la Russia. Pechino è pronta a usare qualsiasi opportunità che si presenta per l’imprenditoria sul mercato della Russia sullo sfondo del peggioramento dei rapporti con essa dell’UE.

L’ha dichiarato l’ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Germania Shi Mingde una settimana prima dell’incontro di Li Kequiang con il cancelliere della Germania Angela Merkel.

La dichiarazione dell’ambasciatore è stata resa il 2 ottobre, quando il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha annunciato che il 9-15 ottobre Li Kequiang si recherà in visita in Germania, Russia e Italia. Non è una coincidenza casuale. È un’evidente mossa preventiva. È una appello per smettere di spingere la Cina verso la costruzione della “muraglia cinese” per separarsi dalla Russia. “Noi vogliamo legami economici molto stretti con la Russia”, – ha accentuato l’ambasciatore. “Noi vogliamo il miglioramento dei rapporti tra la Russia e l’UE. Tuttavia quando si presentano le opportunità per approfondire la cooperazione con la Russia, perché non sfruttarle? È evidente. Non siamo stati noi a iniziare questo conflitto”, – ha messo in rilievo ironicamente e apertamente l’ambasciatore.

In tal modo dalla Germania la Cina ha lanciato un segnale all’Europa – essa occuperà le nicchie degli europei sul mercato russo che si aprono in seguito alle sanzioni contro la Russia. Non sarà semplice, ritiene Vladislav Belov, esperto sulla Germania dell’Istituto dell’Europa:

Nonostante tutte le difficoltà per ora le società tedesche conservano l’atteggiamento imprenditoriale. Sono contrarie alle sanzioni, criticano attivamente tale politica e il mondo imprenditoriale conferma la sua prontezza ad essere un partner in affari con la Russia. Tanto più che lo conferma in misura non inferiore rispetto alla Cina. Ciò procede a livello di specifiche ditte e società. Perciò i partner cinesi dovranno sforzarsi e già nelle condizioni di una trasparente e onesta concorrenza cercare di occupare quelle nicchie dove opera l’imprenditoria tedesca. Sospetto che ciò sia abbastanza difficile da fare.

L’Europa rimane un partner della Russia, ha dichiarato il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin al forum internazionale d’investimenti “Russia chiama”, svoltosi a Mosca il 2 ottobre. La Cina però – è la principale priorità. Dopo l’intervento del rappresentante della Cina al forum, il presidente ha accentuato che è diventata una priorità non a causa della riduzione della cooperazione dell’Europa con la Russia:

Io sono convinto che quando il rappresentante della Cina ha parlato delle possibilità dei fondi d’investimento ciò ha impressionato tutti. Tutti quanti. Quando uno comincia a sentire queste cifre – sono reali e non inventate. Ciò fa pensare di come rispondere alla domanda – “Come utilizzare la crescita della Cina nell’economia di altri paesi? Anche la Russia ci sta pensando. Per questo sono stati costituiti l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (OCS) e BRICS. È stata la nostra scelta cosciente fatta molti anni fa.

Nei prossimi anni la Russia intende sviluppare i rapporti d’affari con i partner nell’ambito di BRICS, ha confermato Vladimir Putin. Non è una risposta congetturale e, tantomeno, forzata all’Occidente alle sue sanzioni antirusse. È una strategia che la Russia ha elaborato congiuntamente con Cina, India, Brasile e Repubblica Sudafricana negli interessi del comune sviluppo.

Fonte: italian.ruvr.ru

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