Per l’Iran non sarà l’età della pietra. Sarà la fine del petrodollaro.

La guerra scatenata contro l’Iran sta prendendo una piega molto diversa da come Trump e Netanyahu l’avevano immaginata. Quello che è stato definito un conflitto “asimmetrico” vede gli Stati Uniti colpire la popolazione civile con bombardamenti indiscriminati: il primo episodio simbolo è stato l’uccisione di 175 bambine all’interno di una scuola.

In una delle sue numerose e contraddittorie dichiarazioni, Trump ha affermato che l’Iran sarà “riportato all’età della pietra”. Forse dimentica – o finge di dimenticare – che la stessa espressione fu usata dal generale Curtis LeMay prima della guerra del Vietnam, con risultati ben diversi da quelli sperati. La verità è che questa guerra è stata minacciata per trent’anni e l’Iran ha avuto tutto il tempo per prepararsi a difendersi. Non stupisce che giornalisti poco preparati descrivano l’Iran come un paese arretrato; ci si sarebbe aspettati però una maggiore accuratezza dai servizi di intelligence statunitensi.

L’Iran risponde all’aggressione attaccando le basi americane nella regione e colpendo anche Israele. Questi attacchi producono un duplice effetto. Da un lato, saturano le difese nemiche, che rischiano di esaurire i missili intercettori. Dall’altro, generano pesanti conseguenze economiche per l’Occidente.

Prima di analizzare nel dettaglio cosa sta accadendo in Europa, è utile comprendere le implicazioni a medio-lungo termine che questo conflitto potrebbe avere sugli Stati Uniti. Diventa sempre più chiaro che uno degli obiettivi strategici dell’Iran è colpire il sistema del petrodollaro, nato dopo il crollo del Gold Standard. In cosa consiste il petrodollaro? I paesi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita, vendono petrolio in dollari e reinvestono i proventi in titoli di stato statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti garantiscono la loro sicurezza. Oggi, però, questa garanzia appare sempre meno solida: viene così messo in discussione il compromesso raggiunto all’epoca da Richard Nixon e Henry Kissinger.

Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita ha iniziato a guardare sempre più verso Pechino. La “Vision 2030” di Mohammed bin Salman rappresenta un tentativo ambizioso di ridurre la dipendenza dal petrolio del Paese, e in questo processo la cooperazione con la Cina è diventata fondamentale, soprattutto per lo sviluppo delle piccole e medie imprese. In questo senso, la guerra agisce come un acceleratore di trasformazioni già in atto, che potrebbero portare all’affermazione del petroyuan.

In fondo, la vera guerra che gli Stati Uniti stanno combattendo è quella contro il proprio declino. I documenti sulla strategia nazionale americana sono piuttosto chiari al riguardo. Una parte della politica italiana fatica a capire che le linee fondamentali della politica estera statunitense non cambieranno con il prossimo presidente, perché riflettono interessi strutturali del paese. L’aspetto più preoccupante è che il costo di questa strategia rischia di essere scaricato sull’Europa.

L’Europa, purtroppo, appare schiacciata dagli Stati Uniti e incapace di reagire. La ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha parlato di “sconsideratezza iraniana”, sostenendo che sia Teheran a tenere in ostaggio l’economia mondiale. In realtà, come già accaduto con la guerra in Ucraina, sono gli Stati Uniti a trasferire il peso della proprie politiche sull’Europa, che si avvia rapidamente verso la recessione.

Lo shock in arrivo potrebbe essere molto duro, con il rischio concreto di stagflazione, mentre la classe politica europea sembra ignorare la gravità della situazione. Non sarà una crisi breve: anche nell’eventualità – tutt’altro che certa – di una rapida fine del conflitto, gli effetti economici si farebbero sentire a lungo.

L’Unione Europea ha qualcosa da proporre, oltre agli attacchi verbali all’Iran? Qualche anno fa, una commissaria europe, tale Hadja Lahbib ci ha deliziato con un video – vagamente trash – su un kit di sopravvivenza in caso di guerra nucleare. Ne ha uno pronto per affrontare una possibile stagflazione? Una classe dirigente all’altezza della situazione esulterebbe per le dichiarazioni di Trump sull’uscita dalla NATO, e inizierebbe a ripensare le proprie alleanze e strategie. In questo quadro, l’Italia dovrebbe riaprire agli acquisti di gas russo. Oggi la situazione è paradossale: gli Stati Uniti hanno riaperto, almeno in parte, all’acquisto di energia dalla Russia e persino dall’Iran, mentre l’Unione Europea si muove nella direzione opposta, rischiando di danneggiare solo se stessa.

di Marco Pondrelli

Fonte:Per l’Iran non sarà l’età della pietra. Sarà la fine del petrodollaro. Editoriale – Marx21

Screditare Trump. Questa è stata la strategia della CNN

Donald TrumpÈ in corso una tempesta di emme sulla rete televisiva statunitense Cnn, uno dei principali media “ostili” al presidente Usa Donald Trump, che nelle ultime settimane ha dovuto ritrattare una serie di notizie false e notizie da fonti anonime tese ad avvalorare la teoria della collusione tra il presidente e la Russia.

Sono tutte bufale e dato che negli Stati Uniti chi scrive menzogne non solo finisce in galera ma deve anche pagare monumentali rimborsi per danni subiti dal diffamato, ecco che la CNN è dovuta correre precipitosamente ai ripari. stava diffamando il presidente Trump.

La scorsa settimana la Cnn ha pubblicato sul proprio sito un articolo del suo reporter veterano Thomas Frank, che collegava l’hedge-fund manager e confidente di Trump, Anthony Scaramucci, a un fondo di investimento russo che sempre secondo l’articolo era oggetto di investigazione da parte del Senato, nell’ambito delle indagini sul “Russiagate”.

L’articolo, fondato sulle rivelazioni di non meglio identificata “fonte anonima”, è stato però prontamente smontato nei contenuti da Scaramucci e da media russi, incluso il network “Sputnik” che hanno dimostrato essere un falso e una calunnia.

La Cnn, così, ha dovuto fare precipitosamente marcia indietro, ammettendo che l’articolo non rispondeva agli standard editoriali della rete e annunciando le dimissioni di Frank e degli altri due cronisti autori del pezzo “incriminato”.

La Cnn, però, era già stata subissata di critiche lo scorso giugno, quando aveva erroneamente anticipato che l’ex direttore dell’Fbi james Comey avrebbe smentito il presidente Trump durante la sua deposizione al Senato, negando di avergli mai garantito che non fosse personalmente oggetto di indagini federali. Anche questa era una falsa notizia.

Prima ancora, la Cnn si era trovata sulla graticola per i grotteschi attacchi al presidente di due collaboratori della rete, Reza Aslan e Kathy Griffin: quest’ultima si era fatta riprendere mentre reggeva in mano una riproduzione della testa mozzata del presidente.

A screditare ancor più la rete CNN, in prima fila nella campagna dei media che Trump ha definito la “vera opposizione” alla Casa Bianca, c’è un video clamoroso che circola da ieri: il video, filmato da “Project Veritas”, un sito di informazione di orientamento conservatore, riprende il senior producer della Cnn John Bonifield, mentre afferma, inconsapevole di essere filmato, che la campagna della Cnn e di tanti altri media Usa contro Trump è una scelta editoriale consapevole ed espressamente dettata dalla dirigenza per alimentare gli ascolti, e che non poggia su alcuna evidenza concreta, almeno per quanto riguarda la collusione tra il presidente e la Russia.

È una vera e propria campagna diffamatoria, questa della CNN.

Trump non si è lasciato scappare i passi falsi della Cnn, e ieri ha pubblicato una serie di tweet scagliandosi contro quella rete e quotidiani come la “Washington Post” e il “New York Times”, che accusa di aver rinunciato all’informazione in favore dell’attivismo politico.

La “Washington Post” ammette che la Cnn è “inciampata” in un momento già pessimo per la sua credibilità, e che l’errore è probabilmente dovuto alla smania di alimentare “ascolti e traffico web”; il quotidiano, però, sembra voler difendere proprio l’articolo che la Cnn ha disconosciuto, sottolineando che quest’ultima non ha ammesso esplicitamente che le accuse a Scaramucci siano false.

Naturalmente il Washington Post evita di scrivere che quel disconoscimento è stato suggerito dai legali della CNN. Se avesse ammesso di aver pubblicato una notizia clamorosamente falsa, si sarebbe immediatamente trovata della condizione di dover pagare richieste danni miliardarie al diffamato.

Altrettanto ovviamente, in Italia non è stato reso noto nulla di questa disgustosa vicenda che abbatte la credibilità della CNN. Ci mancherebbe. È la televisione “democratica” per eccellenza. Poco importa se è una macchina da diffamazione globale che inventa di sana pianta notizie false per screditare il principale avversario del suo partito di riferimento, qual è Donald Trump.

Foto di WerbeFabrik /Fonte: ilnord.it    – http://www.ecplanet.com

Trump era spiato da Obama durante la campagna elettorale

Trump era spiato da Obama durante la campagna elettoraleLe agenzie di intelligence statunitensi hanno davvero intercettato figure della campagna elettorale di Donald Trump e del suo team di transizione presidenziale.

Lo ha dichiarato di recente, nel corso di una conferenza stampa a dir poco esplosiva, il direttore della commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti, il repubblicano Devin Nunes.

Il presidente Usa, Donald Trump, aveva scatenato un putiferio all’inizio di marzo, denunciando via Twitter l’intercettazione sua e della sua campagna elettorale per ordine del suo predecessore, Barack Obama: “Ho appena scoperto che Obama aveva ‘intercettato’ la Trump Tower poco prima della vittoria”, aveva scritto il presidente. “Non hanno trovato nulla. Questo è puro maccartismo”.

Le accuse di Trump, non circostanziate, avevano suscitato incredulità all’inizio, e scandalo poi, sino a questa settimana, quando il direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi), James Comey, ha categoricamente smentito di fronte al Senato che l’amministrazione Obama abbia mai ordinato la sorveglianza di Trump e dei suoi collaboratori, neanche indirettamente, tramite un mandato Fisa (Foreign Intelligence Surveillance Act).

Trump era stato sonoramente smentito anche da numerosi esponenti del suo partito – primo tra tutti il senatore John McCain – secondo cui non esisteva alcun elemento che potesse far supporre un atto gravissimo come lo spionaggio di Stato ai danni della sua campagna elettorale prima del voto di novembre.

E invece, era tutto vero.

Lo scenario è completamente mutato ieri: dopo una visita lampo alla Casa Bianca, Nunes ha annunciato “sviluppi significativi”: “Informazioni sottoposte alla mia attenzione attestano che in numerose occasioni l’intelligence ha incidentalmente raccolto informazioni in merito a cittadini statunitensi coinvolte nella transizione del presidente Trump”. Col termine “incidentale”, Nunes pare confermare che l’amministrazione Obama avesse effettivamente richiesto e ottenuto l’intercettazione di diplomatici stranieri – primo tra tutti, l’ambasciatore russo negli Usa – per verificare eventuali contatti tra la campagna di Trump e il Cremlino.

Non è tutto: secondo Nunes, l’agenzia che ha effettuato le intercettazioni – quasi certamente l’Fbi – ha raccolto “dettagli relativi a cittadini statunitensi legati all’amministrazione presidenziale prossima all’insediamento”. Queste informazioni, “di poca o nulla rilevanza apparente per l’intelligence”, sono state nondimeno “ampiamente disseminate tra le varie agenzie della comunita’ d’intelligence statunitense”: una distribuzione di informazioni riservate che l’amministrazione Obama ha autorizzato con un decreto a pochi giorni dal cambio di consegne alla Casa Bianca. Contrariamente a quanto accade per gli atti relativi a indagini riservate, i nomi presenti in questi documenti “non sono stati cancellati”, e sono divenuti oggetto, nel corso degli ultimi mesi, delle fughe di notizie riprese quotidianamente dai media.

“Nulla di quanto ho potuto vedere riguardava in alcun modo la Russia, o una qualunque discussione con la Russia, o contatti tra gente di Trump e Russi. Nulla di tutto questo ha a che fare con la Russia”, ha sottolineato Nunes, che presiedendo l’indagine parlamentare sui presunti contatti tra la campagna di Trump e Mosca, ha poi prontamente aggiunto: “Questo non significa che non possano esistere informazioni di questo tipo. Ma non ce ne erano tra quelle che ho visionato”, e che sono divenute oggetto delle furiose polemiche seguite alle elezioni presidenziali. “Mi è parso che queste informazioni siano state raccolte legalmente, ma si tratta essenzialmente di una vasta mole di informazioni sul presidente eletto e il suo team di transizione e su quanto stavano facendo”: nei fatti, insomma, il team di transizione di Trump, e membri della sua campagna prima delle elezioni, sarebbero stati effettivamente sorvegliati.

“Quel che ho letto mi pare equivalga a una forma di sorveglianza, magari legale, ma non necessariamente corretta, e non so se i cittadini statunitensi si sentirebbero a loro agio leggendo quanto ho letto”. Infine, alla domanda diretta di un giornalista: “Insomma, i tweet del presidente Trump erano veritieri?”, Nunes ha risposto: “È possibile”.

Il deputato ha annunciato che la commissione d’intelligence della Camera indagherà in merito a eventuali violazioni procedurali da parte dell’Fbi, e tra le righe ha fornito un’altra informazione importante: i documenti e le informazioni sottoposti alla sua attenzione provengono dalla National Security Agency (Nsa) che, ha detto Nunes, “sono certo continuerà a collaborare”: parole che paiono avvalorare le voci di una accesa rivalità tra le agenzie dell’intelligence statunitense. In attesa di ulteriori sviluppi, le reazioni politiche non si sono fatte attendere: se da un lato il presidente Trump si è detto “in qualche modo riscattato” dalle parole di Nunes, i Democratici sono tornati ad accusarlo di parzialità, e a chiedere che le indagini sui presunti contatti tra Trump e la Russia vengano affidate a una commissione indipendente. Ma a questo punto arrivati è ridicolo.

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The Meaning of Devin Nunes’ Revelation of “Incidental” Spying on the Trump Campaign by the Obama Administration

Fonte: ilnord.it    http://www.ecplanet.com