Giulietto Chiesa sull’Iran: la profezia sulla guerra

Oggi appare drammaticamente attuale

Negli ultimi anni il mondo sembra muoversi verso nuovi conflitti globali. Le tensioni tra potenze internazionali aumentano. I conflitti in Medio Oriente continuano ad allargarsi.

Eppure, molto prima che questo scenario diventasse realtà, il giornalista e analista geopolitico Giulietto Chiesa aveva già lanciato un allarme preciso.

Nel suo intervento sull’Iran, Chiesa denunciava una narrazione dominante in Occidente che rischiava di trascinare il mondo verso un’altra guerra. Le sue parole, pronunciate anni fa, oggi assumono un valore profetico.


Il discorso di Giulietto Chiesa sull’Iran e il terrorismo

Secondo Giulietto Chiesa, uno dei grandi equivoci diffusi nel dibattito occidentale riguarda la natura del terrorismo internazionale.

Nel suo intervento spiegava chiaramente che il terrorismo di cui si parla più spesso negli ultimi decenni è prevalentemente di matrice sunnita.

Nonostante questo, la narrativa politica dominante ha spesso indicato l’Iran sciita come principale minaccia terroristica.

Chiesa criticava duramente questa posizione. A suo avviso si trattava di una rappresentazione distorta della realtà geopolitica.

Nel suo discorso ricordava infatti che non esistono evidenze di attentati terroristici organizzati dall’Iran contro l’Occidente.

Giulietto Chiesa sull’Iran e il rischio di un nuovo conflitto mondiale

Il punto centrale del suo intervento riguardava però un altro tema: il rischio di una nuova guerra in Medio Oriente.

Chiesa avvertiva che accusare l’Iran di terrorismo poteva diventare il pretesto per un’escalation militare.

Secondo il giornalista, questo tipo di narrativa serviva a giustificare nuove operazioni militari e nuove alleanze strategiche.

In particolare criticava il rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita.

Durante un viaggio presidenziale in Medio Oriente, ricordava Chiesa, furono annunciati accordi miliardari per la vendita di armi ai sauditi.

Si parlava di circa 100 miliardi di dollari in armamenti.

Secondo Chiesa, queste forniture militari avrebbero alimentato nuove guerre nella regione, come il conflitto nello Yemen.

Per questo motivo parlava di un pericoloso avvio di una nuova guerra.


Le responsabilità dell’Occidente secondo Chiesa

Un altro passaggio fondamentale del suo intervento riguarda la responsabilità dei paesi occidentali nei conflitti del Medio Oriente.

Chiesa denunciava una forte ipocrisia nel dibattito pubblico.

Secondo lui l’Occidente esprime dolore per le crisi umanitarie, ma spesso dimentica il proprio ruolo nelle cause di quelle stesse tragedie.

Portava un esempio molto chiaro: la distruzione della Libia.

Ricordava che nel 2011 gli attacchi militari contro il paese nordafricano partirono anche da basi italiane.

Quella guerra, secondo Chiesa, ha trasformato la Libia in uno stato frammentato e instabile.

Un paese che oggi non esiste più come stato unitario.


Il ruolo dell’Arabia Saudita nel Medio Oriente

Nel suo intervento Giulietto Chiesa affrontava anche il ruolo dell’Arabia Saudita nella storia recente del Medio Oriente.

Ricordava che negli anni Settanta, insieme agli Stati Uniti, Riad finanziò movimenti jihadisti nella regione.

Questi finanziamenti avevano obiettivi geopolitici legati alla Guerra Fredda.

Secondo Chiesa, molte delle dinamiche che oggi vediamo nascere nel terrorismo internazionale affondano proprio in quelle scelte strategiche.

Questo elemento, tuttavia, viene raramente discusso nel dibattito pubblico occidentale.


Perché oggi le parole di Giulietto Chiesa sono più attuali che mai

Riascoltare oggi il discorso di Giulietto Chiesa sull’Iran significa confrontarsi con un’analisi che appare sorprendentemente attuale.

Le tensioni geopolitiche tra Iran, Stati Uniti, Israele e le monarchie del Golfo continuano ad aumentare.

Allo stesso tempo il Medio Oriente rimane uno dei principali scenari di instabilità globale.

Le parole di Chiesa non erano semplicemente una critica politica.

Erano un avvertimento.

Un invito a guardare oltre la propaganda e a comprendere le vere dinamiche della geopolitica internazionale.

Oggi, mentre il mondo affronta nuove crisi e nuove guerre, quella riflessione appare ancora più importante.

Capire il contesto storico e politico dei conflitti può essere l’unico modo per evitare che gli errori del passato si ripetano.

Riferimenti: Marco Macchiavelli  Giulietto Chiesa Iran: la profezia sulla guerra in Medio Oriente

Spesi 1800 miliardi per le armi nel 2018

Nel 2018, le spese per le armi nel mondo sono cresciute del 2,6% rispetto all’anno precedente. Raggiunto il 2,1% del Pil mondiale: 239 dollari per personaRispetto alla fine della guerra fredda (1998), le spese sono aumentate del 76%. Da sola, la Cina copre il 14% delle spese militari mondiali.

Cresciute anche le cifre di Arabia saudita, India, Francia, Pakistan, Turchia. Le tensioni fra le nazioni dell’Asia, come pure fra Cina e Stati Uniti sono le spinte maggiori per la continua crescita delle spese militari nella regione.

Nel 2018, le spese militari nel mondo sono cresciute del 2,6% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la quota di 1800 miliardi di dollari. La crescita è del 76% rispetto alla situazione dopo la guerra fredda (1998). Cina e Stati Uniti da soli coprono il 50% della cifra. Sono alcuni dei dati offerti oggi dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute sul loro sito, (1) dove si fa notare che i cinque Paesi con la maggiore spesa militare sono Stati Uniti, Cina, Arabia saudita, India e Francia. Da soli, questi Paesi coprono il 60% delle spese militari globali.

L’istituto precisa che le “spese militari” comprendono “le spese dei governi per le forze armate e per le attività, compresi salari e benefits; spese di operazioni, armi ed equipaggiamento, costruzioni militari, ricerca e sviluppo, amministrazione centrale, comando e supporto”.

Fra i dati più interessanti, il Sipri fa notare che la spesa militare globale nel 2018 ha raggiunto il 2,1% del Pil mondiale, ossia 239 dollari per persona.

Per la prima volta dal 2010, le spese militari Usa sono cresciute del 4,6%, raggiungendo la quota di 649 miliardi di dollari. La Cina, al secondo posto, ha visto un incremento del 5%, raggiungendo i 250 miliardi. Negli ultimi 24 anni, Pechino ha di continuo aumentato le spese militari: rispetto al 1994 esse sono ora 10 volte di più. Da sola, la Cina copre il 14% delle spese militari mondiali.

Nel 2018 anche l’India ha accresciuto le sue spese del 3,1; il Pakistan dell’11%; la Corea del Sud del 5,1%. Secondo gli studiosi del Sipri, “le tensioni fra le nazioni dell’Asia, come pure fra Cina e Stati Uniti sono le spinte maggiori per la continua crescita delle spese militari nella regione”.

Il primato delle spese in assoluto va agli Stati Uniti, che hanno aumentato le spese militari di 27,8 miliardi di dollari. L’aumento maggiore in percentuale va invece alla Turchia, col 24% di incremento (19 miliardi).

Su 10 Paesi con la maggiore spesa militare (in termini di percentuale del Pil), sei appartengono al Medio Oriente: Arabia saudita (8,8% del Pil), Oman (8,2), Kuwait (5,1) Libano (5, 0), Giordania (4,7), Israele (4,3).

Riferimenti:

(1) sipri.org

Fonte: asianews.it      www.ecplanet.com

Foto di pixabay.com

La guerra al terrorismo degli Usa è solo un orribile business

Guerra al terrorismo76 Paesi sono coinvolti nella guerra al terrorismo di Washington

Lasciò l’Air Force Two alle spalle e, senza preavviso, “avvolto nella segretezza“, volò su un aereo da trasporto C-17 senza contrassegni nella base aerea di Bagram, la più grande guarnigione statunitense in Afghanistan. Tutte le notizie della sua visita furono sottoposte ad embargo fino a un’ora prima della partenza.

Più di 16 anni dopo l’invasione per “liberare” l’Afghanistan, era lì a presentare ancora una volta buone notizie al crescente contingente di truppe statunitensi. Davanti a una bandiera degli USA di 13 metri, rivolto a 500 soldati, il vicepresidente Mike Pence li elogiava quale “maggiore forza del mondo per il bene“, si vantava degli attacchi aerei statunitensi “drammaticamente aumentati“, giurando che il loro Paese era “qui per rimanere” ed insistendo sul fatto che “la vittoria è più vicina che mai”.

Come notò un osservatore, tuttavia, la risposta del suo pubblico fu “sommessa“. (“Diversi soldati erano con le braccia incrociate o con le mani incrociate dietro la schiena e ascoltavano, ma senza applaudire“). Pensate a ciò come ultimo episodio di una fiaba geopolitica capovolta, una storia piuttosto cupa, alla Grimm, che potrebbe iniziare: c’era una volta, nell’ottobre 2001 per la precisione, quando Washington lanciò la sua guerra al terrore.

C’era allora un solo Paese preso di mira, quello in cui, poco più di un decennio prima, gli Stati Uniti avevano messo fine a una lunga guerra per procura contro l’Unione Sovietica durante la quale avevano finanziato, armato e appoggiato gruppi di estremisti fondamentalisti islamici, tra cui un giovane ricco saudita di nome Usama bin Ladin.

Nel 2001, sulla scia di quella guerra, che contribuì a far implodere l’Unione Sovietica, l’Afghanistan era in gran parte (ma non completamente) governato dai taliban. C’era anche Usama bin Ladin con una coorte relativamente modesta. All’inizio del 2002 fuggì in Pakistan, lasciando molti suoi camerati morti e la sua organizzazione, al-Qaida, in disordine. I taliban, sconfitti, supplicarono il permesso di cedere le armi e tornare nei loro villaggi, un processo abortito che Anand Gopal descrisse vividamente nel suo libro No Good Men Among the Living.

Sembrava tutto finito, ma si tifavano e, naturalmente, si pianificavano exploit maggiori in tutta la regione. I massimi funzionari nell’amministrazione del presidente George W. Bush e del vicepresidente Dick Cheney erano dei sognatori geopolitici di prim’ordine che non avrebbero potuto avere idee più espansive su come estendere tale successo, come indicò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld pochi giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre, su gruppi terroristici o ribelli in più di 60 Paesi. Era un punto che il presidente Bush avrebbe rilanciato nove mesi dopo con un discorso trionfalista a West Point.

In quel momento, la lotta che avevano rapidamente, anche se immodestamente, soprannominata guerra globale al terrore, era ancora affare di un solo Paese. Tuttavia, erano già completati i preparativi per estenderla nei modi più radicali e devastanti di quanto si sarebbe mai immaginato con l’invasione e l’occupazione dell’Iraq di Sadam Husayn e il dominio delle terre petrolifere del pianeta che sicuramente sarebbe seguito. (In un commento che colse il momento, Newsweek citò un ufficiale inglese “vicino alla squadra di Bush”: “Tutti vogliono andare a Baghdad, i veri uomini vogliono andare a Teheran“). Così tanti anni dopo, forse, non sorprenderà, perché probabilmente non avrebbe sorpreso le centinaia di migliaia di manifestanti che si presentarono nelle strade delle città statunitensi all’inizio del 2003 per opporsi all’invasione dell’Iraq, che sia una di quelle storie a cui si applica il detto “stai attento a ciò che desideri”.

Vedere la guerra

Ed è una storia che non è ancora finita. Non a breve. Da quando iniziò all’era Trump, la guerra più lunga della storia statunitense, quella in Afghanistan, continua ancora. Le truppe USA aumentano; gli attacchi aerei aumentano; i taliban controllano parti significative del Paese; il gruppo terroristico dello Stato islamico si diffonde sempre più con successo nelle regioni orientali e, secondo l’ultimo rapporto del Pentagono, “ci sono più di 20 gruppi terroristici o ribelli in Afghanistan e Pakistan”.

Pensate: 20 gruppi. In altre parole, tanti anni dopo, la guerra al terrore va vista come un’esercitazione continua nelle tabelline per la moltiplicazione, e non solo in Afghanistan. Più di un decennio e mezzo dopo che un presidente statunitense indicò 60 e più Paesi come possibili obiettivi, grazie al lavoro inestimabile di un singolo gruppo dedicato, il progetto Costs of War dell’Istituto per gli affari internazionali e pubblici Watson della Brown University, finalmente si ha un quadro della reale portata della guerra al terrore, e aver dovuto aspettare così tanto dovrebbe dirci qualcosa sulla natura di tale era di guerra permanente.

The Costs of War Project ha prodotto non solo una mappa della guerra al terrore 2015-2017, ma la prima mappa del genere di sempre. Da una visione sbalorditiva delle guerre antiterrorismo di Washington in tutto il mondo: loro diffusione, schieramento di forze statunitensi, missioni in espansione per addestrare forze controterrorismo straniere, basi statunitensi che le rendono possibili, attacchi droni e altri aerei essenziali per essi e le truppe statunitensi che li aiutano a combatterle. (I gruppi terroristici, naturalmente, sono cambiati e si sono ampliati in modo vertiginoso nell’ambito dello stesso processo).

Uno sguardo alla mappa dice che la guerra al terrore(1), un insieme sempre più complesso di conflitti intrecciati, è ora un fenomeno straordinariamente globale. Si estende dalle Filippine (con un proprio gruppo SIIL che ha appena combattuto una campagna durata quasi cinque mesi che ha devastato Marawi, una città di 300000 abitanti) passando da Asia meridionale, Asia centrale, Medio Oriente, Nord Africa e nell’Africa occidentale dove, solo di recente, quattro berretti verdi sono morti in un’imboscata in Niger.

Non meno sorprendente è il numero di Paesi che la guerra al terrore di Washington ha toccato in qualche modo. Una volta, ovviamente, ce n’era solo uno (o, se volete includere gli Stati Uniti, due). Ora, il progetto Costs of War identifica non meno di 76 Paesi, il 39% del pianeta, coinvolti in tale conflitto globale. Ciò significa posti come Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen, Somalia e Libia dove attacchi di droni o altri aerei degli USA sono la norma e le truppe statunitensi (spesso le forze speciali ) sono direttamente o indirettamente impegnate in combattimento.

Significa anche Paesi in cui i consulenti statunitensi addestrano militari locali o addirittura milizie nelle tattiche di controterrorismo nelle basi cruciali per tale insieme di conflitti in espansione. Come la mappa chiarisce, tali categorie spesso si sovrappongono. Chi potrebbe meravigliarsi del fatto che una simile “guerra” sia alimentata dai dollari dei contribuenti statunitensi a un ritmo tale da far vacillare l’immaginazione in un Paese le cui infrastrutture si stanno ormai visibilmente sgretolando? In uno studio pubblicato a novembre, il progetto Costs of War stimava che il costo della guerra al terrore (con alcune spese future incluse) avesse già raggiunto gli astronomici 5,6 trilioni di dollari.

Solo di recente, tuttavia, il presidente Trump, intensificando quei conflitti, twittava una cifra ancor più sbalorditiva: “Dopo aver speso stupidamente 7 trilioni in Medio Oriente, è ora di iniziare a ricostruire il nostro Paese!” (Anche questa cifra sembra provenire in qualche modo dalla stima di Costs of War su “i futuri pagamenti degli interessi sul prestito per le guerre che aggiungeranno probabilmente più di 7,9 trilioni di dollari al debito nazionale” entro la metà del secolo). Non poteva esserci commento più raro da parte di un politico statunitense, poiché in questi anni le valutazioni dei costi monetari e umani della guerra sono state in gran parte lasciate a piccoli gruppi di studiosi e attivisti.

La guerra al terrore si è, infatti, diffusa nel modo che la mappa di oggi presenta, e quasi senza alcun dibattito serio in questo Paese sui suoi costi e risultati. Se il documento prodotto dal progetto Costs of War è, in realtà, una mappa infernale, è anche credo la prima mappa completa mai prodotta di questa guerra. Pensateci per un momento. Negli ultimi 16 anni, noi, popolo statunitense, finanziando tale complesso insieme di conflitti per un ammontare di trilioni di dollari, non abbiamo avuto una sola mappa della guerra che Washington combatte. Non una. Sì, alcune parti di quei conflitti che si trasformano e si ampliano appaiono da qualche parte nei notiziari, regolarmente anche se raramente (tranne quando ci sono attacchi terroristici “solitari” negli Stati Uniti o Europa occidentale) nei titoli dei giornali.

In tutti questi anni, tuttavia, nessun statunitense ha potuto avere l’immagine di questo strano, perenne conflitto la cui fine non è per nulla in vista. Parte di ciò può essere spiegata dalla natura della “guerra”. Non ci sono fronti, non ci sono eserciti che avanzano su Berlino, nessuna armata che si abbatte sulla patria giapponese. Non c’è, come in Corea nei primi anni Cinquanta, nemmeno un parallelo da attraversare o una controffensiva. In questa guerra non ci sono ritirate, ovvio, e dopo l’ingresso trionfale a Baghdad nel 2003, anche poche avanzate.

Era difficile persino mapparne le componenti e quando viene fatto, come una mappa dei territori controllati dai taliban in Afghanistan del New York Times, il quadro resta complesso e d’impatto limitato. In generale, tuttavia, noi, il popolo, siamo stati smobilitati in quasi tutti i modi immaginabili in questi anni, anche quando si trattava semplicemente di seguire l’infinita serie di guerre e conflitti che vanno sotto la rubrica guerra al terrore.

Mappatura 2018 ed oltre

Lasciatemi ripetere questo mantra: una volta, quasi diciassette anni fa, ce n’era uno; ora, il conteggio è 76 ed aumenta. Nel frattempo, grandi città sono state ridotte in macerie; decine di milioni di esseri umani sono profughi; milioni di rifugiati continuano a varcare i confini, sconvolgendo sempre più terre; i gruppi terroristici sono diventati simboli in parti significative del pianeta; e il nostro mondo statunitense continua ad essere militarizzato. Questo va pensato come tipo completamente nuovo di guerra globale perpetua. Quindi date un’occhiata ancora alla mappa. Cliccateci e ingranditela per vederla in modalità schermo intero.

È importante cercare d’immaginare ciò che accade visivamente, dato che affrontiamo un nuovo disastro, una militarizzazione planetaria mai vista prima. Non importa i “successi” nella guerra di Washington, che vanno dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001 alla presa di Baghdad nel 2003 alla recente distruzione del “califfato” dello Stato islamico in Siria e Iraq (o della maggior parte comunque, dato che qui gli aerei statunitensi ancora sganciano bombe e sparano missili in alcune parti della Siria), i conflitti sembrano solo cambiare e ripetersi. Siamo in un’era in cui l’esercito statunitense è all’avanguardia, spesso l’unico vantaggio, di ciò che si chiamava “politica estera” statunitense, e il dipartimento di Stato viene radicalmente ridimensionato.

Le forze per operazioni speciali statunitensi furono dispiegate in 149 Paesi solo nel 2017 e gli Stati Uniti hanno così tante truppe su così tante basi in così tanti posti sulla Terra che il Pentagono non può nemmeno spiegare dove si trovassero 44000 di loro. Potrebbe, infatti, non esserci modo di mappare veramente tutto questo, sebbene l’illustrazione del Progetto Costs of War sia un trionfo di ciò che può essere visto. Guardando al futuro, preghiamo per una cosa: che la gente di quel progetto abbia molta resistenza, dato che è un fatto che, negli anni di Trump (e forse anche oltre), il costo della guerra aumenterà. Il primo bilancio del Pentagono dell’era Trump, approvato con unanimità bipartisan dal Congresso e firmato dal presidente, è di uno strabiliante 700 miliardi di dollari.

Nel frattempo, i vertici militari e il presidente, mentre intensificano i conflitti dal Niger allo Yemen, dalla Somalia all’Afghanistan, sembrano eternamente alla ricerca di altre guerre da lanciare. Indicando Russia, Cina, Iran e Corea democratica, per esempio, il comandante del Corpo dei Marines generale Robert Neller recentemente dichiarava alle truppe statunitensi in Norvegia di aspettarsi una “lotta bigotta” in futuro, aggiungendo: “Spero di sbagliarmi, ma c’è”. A dicembre, il consigliere per la sicurezza nazionale, tenente-generale HR McMaster, suggerì anche che la possibilità di una guerra (presumibilmente di natura nucleare) con la Corea democratica di Kim Jong-un fosse “crescente ad ogni giorno”.

Nel frattempo, in un’amministrazione piena di iranofobi, il presidente Trump sembra prepararsi a stracciare l’accordo nucleare iraniano, probabilmente già questo mese. In altre parole, nel 2018 e oltre, le mappe di molti tizi creativi potrebbero essere necessarie semplicemente per iniziare a cogliere le ultime guerre statunitensi. Si consideri, ad esempio, un recente articolo del New York Times secondo cui circa 2000 dipendenti del Department of Homeland Security sono già “dispiegati in oltre 70 Paesi in tutto il mondo”, soprattutto per impedire attacchi terroristici. E così si va nel ventunesimo secolo.

Quindi, benvenuti nel 2018, un altro anno di guerra infinita, e mentre siamo in argomento, un piccolo avvertimento ai nostri capi: dati gli ultimi 16 anni, fate attenzione a ciò che desiderate.

Articolo originale: Tomgram: Engelhardt, Seeing Our Wars for the First Time / Traduzione di Alessandro Lattanzio per aurorasito.wordpress.com

Riferimenti:  http://www.ecplanet.com

(1) Current United States counterterror war locations