Stretta alleanza INDIA-ISRAELE e sogni indiani di egemonia delusi dagli USA

Senza scomodare analisi geopolitiche, fin da prima del 7 ottobre 2023 si sapeva che Israele ha bisogno di importare forza lavoro, specialmente nell’edilizia. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, si sono manifestate difficoltà per rimpiazzare i lavoratori palestinesi i cui permessi erano stati sospesi, e il governo ha chiesto all’India di Narendra Modi l’invio immediato di lavoratori e una cooperazione più stringente.

Già a maggio 2023, il ministro degli Esteri israeliano e l’omologo indiano avevano firmato un accordo, Migration Mobility Partnership Agreement, per la concessione di visti e permessi in Israele a cittadini indiani destinati a cantieri edili o a ruoli di collaboratori domestici e badanti. Parliamo di 42mila lavoratori indiani. Precedentemente all’accordo, funzionari israeliani avevano visitato i centri di formazione indiani e descritto con piena soddisfazione i lavoratori indiani come “diligenti e fluenti in inglese”. Anche meglio dei cinesi che erano stati impiegati nell’edilizia in seguito ad accordi bilaterali tra Pechino e Tel Aviv del 2017 (per poi denunciare “condizioni di lavoro precarie” di sfruttamento, come risulta da fonti accreditate ONU).

Ma, per fortuna, c’è l’opinione pubblica, così in India ancora una volta si è scatenata la protesta contro il Partito di Governo BJP e le posture autoritarie di Modi, conservatrici e razziste (contro i musulmani): la cooperazione con Israele viene denunciata come un sostegno da parte del governo indiano al genocidio in corso a Gaza, come un attacco ai diritti dei lavoratori, siano essi indiani o palestinesi, e come una pressione violenta e discriminatoria nei confronti dei musulmani (che sono la maggioranza dei migranti).

Da dicembre 2023 si moltiplicano le proteste quando vari Stati federali indiani a guida conservatrice BJP, come l’Uttar Pradesh, emanano bandi per l’assunzione di lavoratori edili da inviare in Israele. Haryana Kaushal Rojgar Nigam (HKRN), agenzia statale per l’occupazione, denuncia che si tratta di “un bieco stratagemma per sfruttare i lavoratori edili indiani più poveri da mandare in Israele, offrendo buone paghe al prezzo di morte e fame“. Altri 10 sindacati indiani, tra cui la Confederazione sindacale degli edili (CWFI) rilasciano dichiarazioni denunciando la manovra come “disastrosa” e “immorale”, cioè una complicità del Governo indiano con la guerra genocida di Israele contro i palestinesi espulsi da Israele, rimasti senza fonte di reddito e ricacciati sotto i bombardamenti.

In questi tre anni non molto è cambiato della politica di Modi a sostegno di Israele e ci si può “consolare” solamente per il fatto che in India ci sono Stati Federali in a maggioranza marxista/socialista che possono operare in difformità dalle linee governative conservatrici del BJP e dalle direttive di Modi (il Kerala, ad esempio, non ha bandito concorsi per lavoratori in Israele).

Il 25 febbraio 2026, Modi è il primo Governatore indiano a visitare la Knesset israeliana, segnando un momento storico nelle relazioni bilaterali. Nel suo discorso, Modi ribadisce il sostegno a Israele, condanna fermamente il terrorismo e rafforza l’alleanza “strategica e duratura” su difesa e tecnologia. Tra il tripudio di ovazioni dei deputati israeliani e la grande soddisfazione di Benjamin Netanyahu, sono firmati una ventina di accordi commerciali e intese strategiche nei settori di servizi segreti, sorveglianza antiterrorismo e militari, ma anche nei settori civili (ingegneria idraulica, agroalimentare, accesso privilegiato per Israele alla manifattura indiana).

La ciliegia sulla torta è però la dichiarazione di Modi sul parallelo (in pratica una parificazione) tra nazionalismo induista e sionismo, enfatizzando la straordinaria decisione di entrambe le potenze ad affermarsi politicamente e militarmente. Questa conclamata affinità tra induismo e sionismo – che si sostanzia nell’incontro “inevitabile” tra due civiltà plurimillenarie – è una vera “perla ideologica” …

Ora non si può che sorridere (ma anche si rimane storditi) di fronte a tali teorie fumose e antistoriche, perché la cultura dell’induismo (ridotta da Modi a una dimensione di chiuso e stretto nazionalismo) ha proprio poco, o assolutamente niente, da spartire con Israele e il sionismo. La prossimità ideologica di Modi con i progetti criminali e aggressivi di Netanyahu non solo evidenziano un’ambizione imperialistica indiana, ma sono anche una minaccia per il futuro di convivenza in tutto lo spazio eurasiatico.

E arriviamo all’altro attore e a quello che si decide nei grandi congressi.

La XI edizione del Raisina Dialogue, principale conferenza indiana su geopolitica e geoeconomia, si è tenuta a Nuova Delhi dal 5 al 7 marzo 2026. Sul tema “Saṁskāra – Assertion, Accommodation, Advancement“, l’evento ha riunito circa 2700 partecipanti da 110 paesi. Molte le sorprese di quest’anno, ad esempio le affermazioni del vice-segretario di Stato statunitense C. Landau: “gli Stati Uniti non commetteranno con l’India lo stesso errore commesso vent’anni fa con la Cina, ovvero di permetterle una crescita economica che possa far diventare l’India stessa un competitore internazionale per gli Stati Uniti”. Al che il ministro degli esteri indiano S. Jaishankar ha ribadito: “ l’ascesa dell’India è inarrestabile e sarà decisa soltanto dagli indiani, determinata dalla nostra forza, non dagli errori altrui.” Inoltre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato di una concessione degli Stati Uniti all’India per l’acquisto di petrolio russo, cui il governo indiano ha risposto che la sovranità di Nuova Delhi è assoluta e non ha bisogno di permessi da parte di altra nazione per come orientare la sua politica economica.

Tale scenario, se da un lato dimostra che l’India vorrebbe smarcarsi dal controllo USA, in realtà non porta risultati. Il Governo indiano infatti avrebbe voluto annunciare la riduzione dell’acquisto di petrolio russo e l’investimento in armi ed energia statunitensi, invece si è arrivati ad un comunicato conclusivo del Summit ambiguo e privo di indicazioni per le relazioni bilaterali. Tutto aggravato dal fatto oggettivo che l’India dipende dalle importazioni di idrocarburi dal Golfo Persico per almeno il 50% del suo fabbisogno, per il 40% dei fertilizzanti e alluminio, e che 10 milioni di migranti indiani lavorano nella regione trasmettendo ogni anno alle famiglie oltre 70miliardi di dollari, cifra ora in calo per riduzione degli occupati.

Se il sogno è quello di una egemonia indiana, oggi Modi sa altrettanto bene che nessun presidente americano permetterà a Nuova Delhi di realizzare questa utopia, anzi l’India continuerà ad essere tenuta in condizione di subalternità rispetto agli interessi a di Washington. E’ questo il motivo per cui Modi guarda altrove, pur mantenendo strategicamente un precario equilibrio tra uni-polarismo atlantista (partecipazione ai progetti statunitensi di contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico) e multi-polarismo sino-russo (dipendenza economica dalla trasformazione dei semi-lavorati cinesi).

Ecco allora l’intensificarsi del dialogo con Israele e con l’Europa, quale mercato di sbocco della produzione indiana, con il miraggio di vantaggi (solo immaginari) della Via del Cotone IMEC, le cui infrastrutture esistono solo sulla carta… e forse neppure sulla carta… e con l’interesse per il porto di Haifa unica e fondamentale risorsa di Israele per il commercio di armi nel Mediterraneo.

Fonte: Di Maria Morigi, marx21.it e a cura di Redazione Come Don Chisciotte

Giulietto Chiesa sull’Iran: la profezia sulla guerra

Oggi appare drammaticamente attuale

Negli ultimi anni il mondo sembra muoversi verso nuovi conflitti globali. Le tensioni tra potenze internazionali aumentano. I conflitti in Medio Oriente continuano ad allargarsi.

Eppure, molto prima che questo scenario diventasse realtà, il giornalista e analista geopolitico Giulietto Chiesa aveva già lanciato un allarme preciso.

Nel suo intervento sull’Iran, Chiesa denunciava una narrazione dominante in Occidente che rischiava di trascinare il mondo verso un’altra guerra. Le sue parole, pronunciate anni fa, oggi assumono un valore profetico.


Il discorso di Giulietto Chiesa sull’Iran e il terrorismo

Secondo Giulietto Chiesa, uno dei grandi equivoci diffusi nel dibattito occidentale riguarda la natura del terrorismo internazionale.

Nel suo intervento spiegava chiaramente che il terrorismo di cui si parla più spesso negli ultimi decenni è prevalentemente di matrice sunnita.

Nonostante questo, la narrativa politica dominante ha spesso indicato l’Iran sciita come principale minaccia terroristica.

Chiesa criticava duramente questa posizione. A suo avviso si trattava di una rappresentazione distorta della realtà geopolitica.

Nel suo discorso ricordava infatti che non esistono evidenze di attentati terroristici organizzati dall’Iran contro l’Occidente.

Giulietto Chiesa sull’Iran e il rischio di un nuovo conflitto mondiale

Il punto centrale del suo intervento riguardava però un altro tema: il rischio di una nuova guerra in Medio Oriente.

Chiesa avvertiva che accusare l’Iran di terrorismo poteva diventare il pretesto per un’escalation militare.

Secondo il giornalista, questo tipo di narrativa serviva a giustificare nuove operazioni militari e nuove alleanze strategiche.

In particolare criticava il rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita.

Durante un viaggio presidenziale in Medio Oriente, ricordava Chiesa, furono annunciati accordi miliardari per la vendita di armi ai sauditi.

Si parlava di circa 100 miliardi di dollari in armamenti.

Secondo Chiesa, queste forniture militari avrebbero alimentato nuove guerre nella regione, come il conflitto nello Yemen.

Per questo motivo parlava di un pericoloso avvio di una nuova guerra.


Le responsabilità dell’Occidente secondo Chiesa

Un altro passaggio fondamentale del suo intervento riguarda la responsabilità dei paesi occidentali nei conflitti del Medio Oriente.

Chiesa denunciava una forte ipocrisia nel dibattito pubblico.

Secondo lui l’Occidente esprime dolore per le crisi umanitarie, ma spesso dimentica il proprio ruolo nelle cause di quelle stesse tragedie.

Portava un esempio molto chiaro: la distruzione della Libia.

Ricordava che nel 2011 gli attacchi militari contro il paese nordafricano partirono anche da basi italiane.

Quella guerra, secondo Chiesa, ha trasformato la Libia in uno stato frammentato e instabile.

Un paese che oggi non esiste più come stato unitario.


Il ruolo dell’Arabia Saudita nel Medio Oriente

Nel suo intervento Giulietto Chiesa affrontava anche il ruolo dell’Arabia Saudita nella storia recente del Medio Oriente.

Ricordava che negli anni Settanta, insieme agli Stati Uniti, Riad finanziò movimenti jihadisti nella regione.

Questi finanziamenti avevano obiettivi geopolitici legati alla Guerra Fredda.

Secondo Chiesa, molte delle dinamiche che oggi vediamo nascere nel terrorismo internazionale affondano proprio in quelle scelte strategiche.

Questo elemento, tuttavia, viene raramente discusso nel dibattito pubblico occidentale.


Perché oggi le parole di Giulietto Chiesa sono più attuali che mai

Riascoltare oggi il discorso di Giulietto Chiesa sull’Iran significa confrontarsi con un’analisi che appare sorprendentemente attuale.

Le tensioni geopolitiche tra Iran, Stati Uniti, Israele e le monarchie del Golfo continuano ad aumentare.

Allo stesso tempo il Medio Oriente rimane uno dei principali scenari di instabilità globale.

Le parole di Chiesa non erano semplicemente una critica politica.

Erano un avvertimento.

Un invito a guardare oltre la propaganda e a comprendere le vere dinamiche della geopolitica internazionale.

Oggi, mentre il mondo affronta nuove crisi e nuove guerre, quella riflessione appare ancora più importante.

Capire il contesto storico e politico dei conflitti può essere l’unico modo per evitare che gli errori del passato si ripetano.

Riferimenti: Marco Macchiavelli  Giulietto Chiesa Iran: la profezia sulla guerra in Medio Oriente

Robot impara il Lip Sync guardando video umani

Un robot impara il lip sync realistico grazie all’IA, superando l’Uncanny Valley con movimenti facciali naturali. Una svolta nella robotica umanoide che rivoluziona comunicazione, espressività e interazione uomo‑macchina

Lip Sync robotico: la tecnologia che cambierà l’interazione uomo‑macchina.

Quasi metà della nostra attenzione durante una conversazione faccia a faccia è rivolta al movimento delle labbra. Eppure, i robot faticano ancora a muovere correttamente le loro labbra. Anche gli umanoidi più avanzati fanno poco più che gesti da “muppet” con la bocca – ammesso che abbiano un volto.

Noi esseri umani attribuiamo un’importanza enorme ai gesti facciali in generale, e al movimento delle labbra in particolare. Mentre possiamo perdonare un modo buffo di camminare o un movimento goffo della mano, rimaniamo inflessibili anche di fronte alla più lieve malgestualità del viso. Questo standard elevatissimo è noto come “Uncanny Valley”. I robot spesso sembrano privi di vita, persino inquietanti, perché le loro labbra non si muovono. Ma questo sta per cambiare.

Un team della Columbia Engineering ha annunciato di aver creato un robot che, per la prima volta, è in grado di apprendere i movimenti delle labbra per compiti come parlare e cantare. In un nuovo studio pubblicato su Science Robotics (1), i ricercatori dimostrano come il loro robot abbia utilizzato queste capacità per articolare parole in una varietà di lingue, e persino cantare una canzone tratta dal suo album di debutto generato dall’IA, “hello world”.

Il robot ha acquisito questa abilità attraverso l’apprendimento osservazionale anziché tramite regole. Ha prima imparato a usare i suoi 26 motori facciali osservando il proprio riflesso allo specchio, per poi imparare a imitare il movimento delle labbra umano guardando ore di video su YouTube.

«Più interagirà con gli esseri umani, meglio diventerà», ha promesso il dottor Hod Lipson (2), James and Sally Scapa Professor of Innovation nel Dipartimento di Ingegneria Meccanica e direttore del Creative Machines Lab della Columbia, dove è stato svolto il lavoro.

Il robot si osserva mentre parla

Raggiungere un movimento realistico delle labbra nei robot è difficile per due motivi: primo, richiede un hardware specializzato dotato di una pelle facciale flessibile azionata da numerosi minuscoli motori che possano lavorare rapidamente e silenziosamente in sincronia. Secondo, lo schema specifico della dinamica delle labbra è una funzione complessa dettata da sequenze di suoni vocali e fonemi.

I volti umani sono animati da dozzine di muscoli che si trovano appena sotto una pelle morbida e si sincronizzano naturalmente con le corde vocali e i movimenti delle labbra. Al contrario, i volti umanoidi sono perlopiù rigidi, operano con relativamente pochi gradi di movimento e il loro movimento labiale è coreografato secondo regole rigide e predefinite. Il risultato è un movimento impacciato, innaturale e inquietante.

In questo studio, i ricercatori hanno superato questi ostacoli sviluppando un volto flessibile e riccamente motorizzato, permettendo poi al robot di imparare a usarlo direttamente osservando gli esseri umani. Per prima cosa, hanno posizionato un volto robotico dotato di 26 motori davanti a uno specchio, così che il robot potesse imparare come il suo stesso viso si muove in risposta all’attività muscolare. Come un bambino che fa smorfie allo specchio per la prima volta, il robot ha eseguito migliaia di espressioni facciali e gesti labiali casuali. Col tempo, ha imparato a muovere i suoi motori per ottenere particolari configurazioni del viso, un approccio chiamato modello linguistico “vision-to-action” (VLA).

Poi, i ricercatori hanno posizionato il robot davanti a video registrati di esseri umani che parlavano e cantavano, dando all’IA che controlla il robot l’opportunità di imparare esattamente come si muovono le bocche umane in relazione ai vari suoni emessi. Con questi due modelli a disposizione, l’IA del robot poteva ora tradurre l’audio direttamente in azioni dei motori delle labbra.

I ricercatori hanno testato questa capacità utilizzando una varietà di suoni, lingue e contesti, oltre ad alcune canzoni. Senza alcuna conoscenza specifica del significato delle clip audio, il robot è riuscito a muovere le labbra in sincronia.

I ricercatori riconoscono che il movimento delle labbra è tutt’altro che perfetto. «Abbiamo avuto particolari difficoltà con suoni duri come la ‘B’ e con suoni che richiedono l’increspamento delle labbra, come la ‘W’. Ma queste capacità probabilmente miglioreranno con il tempo e la pratica», ha detto Lipson.

Ancora più importante, però, è considerare il lip sync come parte di una capacità comunicativa robotica più olistica.

Il dottor Yuhang Hu (3), che ha guidato lo studio, racconta: «Quando la capacità di sincronizzazione labiale viene combinata con un’IA conversazionale come ChatGPT o Gemini, l’effetto aggiunge una profondità completamente nuova alla connessione che il robot instaura con l’essere umano. Più il robot osserva gli esseri umani conversare, meglio diventerà nell’imitare quei gesti facciali sfumati con cui possiamo connetterci emotivamente e più lunga è la finestra contestuale della conversazione, più sensibili al contesto diventeranno questi gesti».

L’anello mancante delle capacità robotiche

I ricercatori ritengono che l’affettività facciale sia l’“anello mancante” della robotica.

Secondo il dottor Hod Lipson, «Gran parte della robotica umanoide oggi è focalizzata sul movimento delle gambe e delle mani, per attività come camminare e afferrare. Ma l’affettività facciale è altrettanto importante per qualsiasi applicazione robotica che coinvolga l’interazione umana».

Lipson e Hu prevedono che volti caldi e realistici diventeranno sempre più importanti man mano che i robot umanoidi troveranno applicazione in settori come l’intrattenimento, l’istruzione, la medicina e persino l’assistenza agli anziani. Alcuni economisti prevedono che oltre un miliardo di umanoidi sarà prodotto nel prossimo decennio.

«Non esiste un futuro in cui tutti questi robot umanoidi non abbiano un volto. E quando finalmente avranno un volto, dovranno muovere correttamente occhi e labbra, altrimenti rimarranno per sempre inquietanti», stima Lipson.

«Noi esseri umani siamo semplicemente fatti così, non possiamo farci nulla. Siamo vicini ad attraversare l’uncanny valley», ha aggiunto Hu.

Rischi e limiti

Questo lavoro fa parte della ricerca decennale di Lipson volta a trovare modi per far sì che i robot si connettano più efficacemente con gli esseri umani, attraverso la padronanza di gesti facciali come sorridere, guardare e parlare. Egli insiste sul fatto che queste capacità debbano essere acquisite tramite apprendimento, piuttosto che programmate con regole rigide.

«Accade qualcosa di magico quando un robot impara a sorridere o a parlare semplicemente osservando e ascoltando gli esseri umani», ha detto. «Sono un roboticista disincantato, ma non posso fare a meno di sorridere a un robot che mi sorride spontaneamente».

Il professor Hu ha spiegato che i volti umani sono l’interfaccia definitiva per la comunicazione, e stiamo iniziando a svelarne i segreti.

«I robot con questa attitudine avranno chiaramente una capacità molto migliore di connettersi con gli esseri umani, perché una parte così significativa della nostra comunicazione coinvolge il linguaggio corporeo facciale, e tutto questo canale è ancora inutilizzato», sostiene Hu.

I ricercatori sono consapevoli dei rischi e delle controversie legate al concedere ai robot una maggiore capacità di connettersi con gli esseri umani.

«Questa sarà una tecnologia potente. Dobbiamo procedere lentamente e con cautela, così da poter raccogliere i benefici minimizzando i rischi», ha concluso Lipson.

Aurori dello studio: Yuhang Hu, Jiong Lin, Judah Allen Goldfeder, Philippe M. Wyder, Yifeng Cao, Steven Tian, Yunzhe Wang, Jingran Wang, Mengmeng Wang, Jie Zeng, Cameron Mehlman, Yingke Wang, Delin Zeng, Boyuan Chen e Hod Lipson. Finanziatori: Lo studio è stato supportato dall’US National Science Foundation (NSF) AI Institute for Dynamical Systems (DynamicsAI.org) e da una elergizione dell’Amazon to Columbia AI institute.

Riferimenti:

(1) Learning realistic lip motions for humanoid face robots

(2) Hod Lipson

(3) Yuhang Hu

Descrizione foto: Presentato sulla copertina di Science Robotics, Hod Lipson e il suo team hanno creato un robot che, per la prima volta, è in grado di apprendere i movimenti delle labbra facciali per compiti come parlare e cantare. – Credit: Jane Nisselson/ Columbia Engineering.

Autore traduzione riassuntiva e adattamento linguistico: Edoardo Capuano / Articolo originale: A Robot Learns to Lip Sync

Fonte: ecplanet.net