Renzi e i suoi si danno da fare: la pressione fiscale sta distruggendo l’Italia

Matteo RenziCrollo (-6,8%) per settore alimentare. Confesercenti: rischi deflazione. In 4 mesi chiusi oltre 20.000 negozi, 166 al giorno.

“Come anticipato dall’ICC (l’indice dei consumi della Confcommercio, Ndr), continua la riduzione dei consumi che, per quanto riguarda gli alimentari in particolare, fanno registrare addirittura un risultato peggiore delle attese. Per trovare l’ultima variazione congiunturale positiva dell’indice delle vendite al dettaglio bisogna risalire a dicembre 2012, ma nel frattempo questa nuova caduta conferma ancora una volta che la ripresa si allontana e stenta a concretizzarsi”, commenta l’Ufficio Studi Confcommercio riguardo ai dati Istat sulle vendite al dettaglio a marzo.

Di fatto a marzo le vendite al dettaglio sono scese su base mensile -0,2%, segnando una flessione -3,5% su base annua. Considerando la media del trimestre gennaio-marzo 2014, l’indice ha perso -0,3% nei confronti dei tre mesi precedenti. Vero crollo (-6,8%), come non accadeva dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1995, per le vendite di beni alimentari. E’ vero comunque che in questo caso il confronto annuo risente della Pasqua, che è stata festeggiata ad aprile, mentre nel 2013 era caduta nel mese di marzo.

L’Ufficio Studi Confcommercio rivela però tutto il suo pessimismo: “Nonostante la fiducia delle famiglie sia in crescita e i prezzi al consumo sostanzialmente bloccati l’elevata pressione fiscale e l’incertezza sul carico tributario effettivo impediscono alle famiglie di rivedere al rialzo i propri piani di spesa. Ridurre la pressione fiscale in modo strutturale e dissipare immediatamente le ombre e la confusione sulle imposte gravanti sugli immobili sono, dunque, le azioni più urgenti da intraprendere per evitare che il 2014 costituisca l’ennesima occasione fallita per il rilancio dell’economia italiana”.

La colpa dunque dello stato attuale delle cose rimane della pressione fiscale.

La carrellata di numeri negativi per l’Italia si allunga con la pubblicazione dell’indice delle retribuzioni contrattuali orarie, rimane invariato rispetto al mese precedente e in rialzo +1,2% su base annua; si tratta però della crescita annua più bassa da quando esistono le serie storiche, dal 1982.

Complessivamente, nei primi quattro mesi del 2014 la retribuzione oraria media è cresciuta dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo del 2013.

Arrivano poi i dati di Confesercenti, da bollettino di guerra. Nei primi quattro mesi dell’anno, secondo i dati dell’Osservatorio Confesercenti, ha cessato l’attività un totale di 20.297 imprese, più di 166 al giorno, a fronte di sole 9.352 nuove aperture, per un saldo finale di -10.945 unità.

La crisi, sottolinea Confesercenti, è stata particolarmente grave per il commercio alimentare. Non solo a marzo, secondo i dati Istat, le vendite cedono dello 0,4%, ma da gennaio ad aprile il comparto ha visto chiudere 2.789 attività per un saldo finale negativo di 1.099 imprese.

Nessuna ripresa neppure nel non-alimentare: vendite deboli nell’abbigliamento: il dettaglio tessile, abbigliamento e calzature registra da gennaio un vero tonfo, con 2.034 aperture e 4.961 chiusure.

“Altro che allarme rosso – commenta Confesercenti – questo scenario non solo riaccende i rischi di deflazione, ma può avere conseguenze nefaste anche a monte della filiera commerciale aggravando lo stato già critico delle imprese che lavorano per il mercato interno. È inutile tergiversare. A questo punto occorre un pacchetto di interventi forti: va ridotta significativamente per tutti, imprese e famiglie, una pressione fiscale incompatibile con una speranza di ripresa economica; va combattuto con maggiore energia il fenomeno dell’abusivismo che affossa interi settori economici; vanno liberate le imprese al più presto dell’onere pesantissimo degli adempimenti fiscali e burocratici, che sono diventati una sorta di girone infernale con mille incertezze, mutamenti improvvisi di scadenze e regole, ricorsi improvvidi alla retroattività delle norme”.

Fonte: wallstreetitalia.com – ecplanet.com

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Euro e manipolazione mediatica: è semplice, si fa così

– di Marcello Foa –

Le tecniche usate per influenzare l’opinione pubblica sono sofisticate. Lo scopo principale è quello di creare un “frame” ovvero una cornice mentale attraverso la quale ognuno di noi forma un giudizio su un determinato fatto. E’ un meccanismo naturale, anzi innato. Ogni giorno noi creiamo decine di “frames” ovvero giudizi sovente fugaci, quando entriamo in un negozio, quando conosciamo una persona, quando mangiamo in un ristorante eccetera.

Uno spin doctor. invece, mira a creare un “frame” collettivo dalla cornice molto spessa dunque radicato in maniera profonda nel subconscio collettivo riguardo all’argomento che gli interessa.

E’ facile formare un frame su un tema che il pubblico non conosce bene. Ad esempio, la crisi in Ucraina dove il confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra buoni e cattivi è stato tracciato con notevole disinvoltura e un certo successo in un’opinione pubblica occidentale che mai si è occupata di questo Paese e che pertanto è facilmente suggestionabile.

Oppure associando il “frame” a un’emozione (pensate allo choc collettivo provocato dall’11 settembre) tanto più se suffragata da immagini, filmati che non hanno bisogno di spiegazioni parlano da sè. O da valori assoluti, indiscutibili, nobili come quelli creati per un ventennio attorno all’euro. Che cosa ci hanno raccontato dalla metà degli anni Novanta? Che era nell’interesse dei popoli europei, che avrebbe accresciuto la ricchezza di tutti, che avrebbe portato l’Italia sui livelli della Germania, che avrebbe promosso l’uguglianza dei popoli, il benessere di tutti, garantito la pace in Europa, la fratellenaza la democrazia, la giustizia…

E ora che molti si accorgono di essere stati ingannati, gli spin doctor usano un “frame” potentissimo quello della paura. Paura dell’inflazione, della povertà, della disoccupazione, della punizione dei mercati finanziari, della benzina a 4 euro, della svalutazione del prezzo delle case, in genere del costo altissimo di una scelta irresponsabile come questa. Ed è un frame così forte che ha quasi sempre successo.

Guardate quel che è successo in Grecia, un Paese oggi in ginocchio, annichilito, impoverito come se fosse uscito da una guerra. E invece paga semplicemente il “dividendo” per essere rimasto nell’euro. Diciamola tutta: la Grecia avrebbe fatto meglio a uscire e a ricominciare dalla dracma. Così rischia di restare schiava per sempre. Ma al momento di dare la spallata finale, il popolo greco si è diviso in due. Quelli che hanno perso tutto sono scesi nelle strade, ma l’altra metà, coloro che hanno mantenuto un lavoro o che sono stati indotti a indebitarsi e dunque sono ricattabili, hanno avuto di perdere quel poco che hanno e si sono allineati ai voleri della Troika. Per paura, solo per paura.

Gli spin doctor hanno vinto due volte, prima e dopo. E nulla cambierà, in Europa, se chi si oppone all’euro non prenderà coscienza di queste tecniche, che vanno oltre la comunicazione e sfociano nella manipolazione sociale e si trasformano in una forma di governo, per quanto invisibile e mai dichiarato. Solo contrastandole con efficacia e consapevolezza, i popoli europei – a cui è stata tolta la possibilità di decidere sull’euro – potranno riprendere in mano il proprio destino. Altrimenti nuovi frame spegneranno i sussulti di libertà e di sana, democratica, legittima indignazione.

Grazie a Simone Curini qui sopra potete seguire il mio intervento, dal quale ripropongo alcuni punti.
fonte: informare per resistere

Poverta’ in italia

PoveroDati drammatici: in due anni sono aumentati del 50%. La maggior parte (491mila) sono coppie con figli e 213mila sono nuclei con genitori single. La Coldiretti: oltre quattro milioni di italiani chiedono aiuto per mangiare

Oltre un milione di famiglie è senza reddito da lavoro, mentre sono più di quattro milioni gli italiani che chiedono un aiuto per riuscire a mangiare. E tutti i componenti ‘attivi’ che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati.

È quanto emerge da dati Istat e Coldiretti sul 2013 che descrivono una situazione drammatica: solo un anno fa erano il 18% in meno quelli senza redditi, 955.000 nel 2012 contro i 1.130.000 attuali. Tra questi quasi mezzo milione (491.000) corrisponde a coppie con figli, mentre 213.000 sono monogenitore, 295.000 single e 83.000 coppie senza figli.

Il numero delle famiglie dove tutte le forze lavoro sono in cerca di occupazione risulta in crescita quindi di 175.000 unità, in termini assoluti. E nel confronto con due anni prima il rialzo supera il 50%, attestandosi precisamente al 56,5%. Si tratta quindi di ‘case’ dove non circola denaro, ovvero risorse che abbiano come fonte il lavoro.

Magari possono contare su redditi da capitale, come le rendite da affitto, o da indennità di disoccupazione, o ancora da redditi da pensione, di cui beneficiano membri della famiglia ormai ritiratisi dal lavoro attivo. A soffrire di più, ancora una volta, è il Mezzogiorno, con 598.000 famiglie. Seguono il Nord, che ne ha 343.000, e il Centro, con 189.000. Ma il fenomeno avanza dappertutto rispetto a 12 mesi prima.

Ai dati dell’Istat si sposano quelli, ugualmente a tinte fosche, di Coldiretti. Secondo un’analisi dell’Associazione sono 4.068.250 le persone che in Italia sono state costrette a chiedere aiuto per mangiare nel 2013, con un aumento del 10 per cento sull’anno precedente. Per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si sta registrando un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti neanche a sfamarsi: erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 ed hanno raggiunto i 3,7 milioni nel 2012.

In particolare, nel 2013 si contano 303.485 persone che hanno beneficiato dei servizi mensa, mentre sono ben 3.764.765 i poveri che nel 2013 hanno avuto assistenza con pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti in mensa. Una situazione drammatica che, osserva la Coldiretti, “rappresenta la punta di un iceberg delle difficoltà che incontrano molte famiglie italiane nel momento di fare la spesa”.

Fonte: repubblica.it